Il paradosso del mercato della Roma. Ha acquistato sei giocatori (Castro, Molina, Balerdi, De Roon, Rodrigo Mora, Koulierakis) per un investimento complessivo di centoquindici milioni (considerando anche i venticinque per il riscatto di quel fenomeno che è Malen); non ha ceduto nessuno dei suoi top, Svilar, Malen, Wesley, Pisilli, Mancini, Ndicka, Soulé, dicendo pure no ai sessanta milioni offerti dal Chelsea nelle ultimissime ore di mercato, cifra che avrebbe risolto una volta per tutte il seetlement agreement con l’Uefa; ha dato una profondità di qualità alla rosa che non c’era nella passata stagione; ha puntato forte sulla continuità di lavoro del Gasp, quel lavoro che nelle prime due trionfali giornate di campionato ci ha già fatto vedere quanto possa legittimare al sogno.
Eppure, nonostante tutto questo, in quasi tutti i tifosi, c’è quel senso di incompiuto che già lascia spazio a rimpianti su quello che poteva essere e non è stato. Il tutto perché, come è evidente, non sono stati coperti i due buchi principali della rosa a disposizione del Gasp, quelle cioè che erano le priorità oltretutto dichiarate all’inizio del mercato. Ovvero un esterno di centrocampo di piede sinistro, quelli che ci sono tutti destri, cosa che può essere per ora ridimensionata solo in parte dalla crescita esponenziale del baby Lulli che nelle prime due giornate di campionato ha garantito risposte quasi inaspettate; e, soprattutto, quell’esterno sinistro di piede destro (anche se per il Gasp il piede ha un’importanza relativa e ci trova d’accordo) che la Roma sta inseguendo da quando Daniele De Rossi sedeva sulla panchina giallorossa. Il risultato è che la Roma rischia di essere corta tra gli attaccanti, cioè i ruoli in cui il tecnico è più esigente. Ha due centravanti, il fenomale Malen che è ripartito da dove aveva lasciato, e Castro; due esterni destri Dybala e Soulé; un trequartista che si può adattare a fare l’esterno come Rodrigo Mora e un adattato nel ruolo come Pellegrini (peraltro ancora non recuperato). Il numero potrebbe anche starci, a patto però che l’infermeria resti vuota e visti gli ultimi anni di Dybala e Pellegrini, il rischio di dover fare i conti con lo staff medico non è poi così campato in aria.
Il problema, a nostro giudizio, è stato in primis la cronologia degli investimenti. Perché sei hai due priorità, diciamo pure una considerando solo l’attaccante esterno, sarebbe stato più opportuno concentrare il primo investimento per questo ruolo per non rischiare di trovarsi, con il passare dei giorni e dei soldi, di trovarsi progressivamente con le spalle al muro. Cosa che è puntualmente avvenuta. Con una serie di trattative saltate e sulle quali prima o dopo bisognerà scriverci un libro. Si è partiti con Greenwood (scelta che se si fosse concretizzata sarebbe stata la migliore possibile) che ha preferito (insieme al papà), a forza di aspettare, i tanti soldi che gli sono stati offerti dai turchi. Si è proseguito con Sommerville, trattativa conclusa, aereo a Rotterdam pronto a portare l’olandese a Ciampino, decollo bloccato da una portafogliata araba che il giocatore ha gradito e messo in tasca. E poi soprattutto Gittens, Fofana, Luiz Henrique dello Zenit San Pietroburgo, saltato per le problematiche burocratiche sui pagamenti a un club russo, il titubante Leweling per il quale era stato trovato l’accordo su tutto, più un’altra serie di attaccanti che sono stati trattati a lungo. Il risultato è stato il rimpianto con cui ora stanno facendo i conti un po’ tutti i tifosi giallorossi.
Bisognerà aspettare il primo gennaio per tentare di coprire i buchi, magari, chissà, provando ad attenuarli con un possibile reintegro di Salah Eddine (che ha rifiutato Psv, Monaco, Olimpiakos e West Ham, roba da pazzi) e con il mercato degli svincolati dove c’è un Sancho che lo scorso anno a Trigoria volevano a tutti i costi e un El Shaarawy che certo non riattacherebbe il telefono se dall’altra parte ci fosse una voce romanista. A proposito comprendiamo il dissenso, ma aspettando il primo gennaio sarebbe meglio di niente, avendo anche la piena consapevolezza che sarebbero scommesse con quote piuttosto alte.
