Per la medicina, è una forma di cinetosi, il mal di viaggio. Coglie i bambini, ma anche gli adulti: nausea, emicrania, stanchezza, difficoltà nel respirare, dolori muscolari, persino disturbi alla vista. Viene chiamato comunemente mal d’aereo, è causato dalla riduzione dei livelli di ossigeno, dovuta alla maggiore pressione dell’aria. Ne soffre, dicono le statistiche, quasi il dieci per cento di chi prende un volo, anche su una tratta breve.
Per i romanisti è peggio. L’aereo, nell’immaginario tifoso, è ormai diventato sinonimo di guai. Uno strano malessere coglie quanti dovrebbero salire a bordo, ma anche quelli che aspettano all’aeroporto, con il naso all’insù e gli occhi puntati sul tabellone degli arrivi. È capitato ad esempio alle centinaia di sventurati che in un’estate più o meno folle come questa, otto anni fa, accorsero in massa a Ciampino con sciarpe e bandiere ad aspettare lo sbarco di Malcom – Malcom Filipe Silva de Oliveira – presunto fenomeno bruciato dalle stravaganze e magari anche dalle nostre maledizioni. La folla si ritrovò inutilmente accalcata fuori allo scalo sull’Appia, tra incredulità, imprecazioni e sudore: l’aereo del brasiliano, partito da Bordeaux, non aveva fatto rotta su Roma ma su Barcellona, a seguito di un fulmineo blitz di mercato dei blaugrana.
Parliamo di una maledizione, è chiaro. Anche Malcom era un attaccante esterno. E di mezzo, allora come oggi, c’era un maledetto aereo. Come nel caso di Crysencio Summerville, atteso invano dal jet privato del Friedkin Group sulla pista di Rotterdam il 21 luglio scorso: all’ultimo istante, il lancio di un portafogli saudita (altro che aereo…) è planato sulla sede del West Ham, a Londra, mandando in frantumi un affare già chiuso e lasciando solo il comandante del Gulfstream, seduto in cabina di pilotaggio con la mano sulla cloche. Scena replicata – pare incredibile, ma è così – il primo giorno di settembre, a capo di un lunedì infernale non solo per il termometro: tutto fatto con lo Stoccarda, tutti in attesa dell’okay di Jamie Leweling, l’indecifrabile afro-tedesco che tra mille ripensamenti aveva già fatto impazzire gli operatori di volo facendo cambiare due o tre volte gli slot degli aeroporti di Stoccarda e Hannover, in previsione della sua partenza per Roma. Alleluia. Arriva finalmente l’attaccante di sinistra di piede destro? Macché. Altro giro, altra beffa. L’ennesimo jet targato Friedkin rimasto tristemente vuoto in pista.
C’è di mezzo la sfiga, difficile negarlo, specie a fronte del rifiuto appena incassato dall’unico soggetto al mondo che preferisce Stoccarda a Roma. Ma è evidente che c’è anche molto altro. Un indizio è un indizio, diceva Agatha Christie, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Se quando ti alzi dal letto centri il primo spigolo col mignolo del piede nudo, sei sfortunato; se lo fai tutti i giorni, sei tonto. Anche perché, tra un volo sballato e un acquisto fallito, all’orizzonte giallorosso sono evaporati pure Greenwood, Fofana, Gittens, Luiz Henrique, quest’ultimo – per sovrammercato – anche per la scarsa conoscenza dell’attuale criticità nei rapporti politico-finanziari con la Russia. Troppo, per attribuire tutto alla malasorte. I romani di fede giallorossa – che in fondo sono sempre quelli dell’America’, facce Tarzan – ormai hanno probabilmente capito. Del mal d’aereo c’è chi soffre per circostanze fortuite, ma c’è pure chi se lo cerca. Sta di fatto che il rombo di un jet, piccolo o grande, li spinge sempre più di frequente a gesti apotropaici. Se non è un aereo che torna indietro senza i viaggiatori attesi a bordo, è magari quello di Dan Friedkin che rientra a Roma (una rarità) per cacciare Mourinho o Daniele De Rossi. O quello di Ed Shepley, il pilota acrobatico ed ex capitano di Boeing 747 per mesi isolato gestore delle turbolenze di Trigoria, unico rappresentante della proprietà più muta e incomprensibile della storia del calcio.
Il nonsenso è che Friedkin hanno investito milioni e milioni di dollari sulla As Roma, per trattarla tutto sommato come un Picasso acquistato da un collezionista e poi chiuso al buio di un caveau. Mai dal 1927 a oggi la società ha avuto padroni più ricchi, e più vicini a regalarle finalmente uno stadio tutto suo: eppure la porzione dei tifosi delusi o addirittura avvelenati resta rilevante. La cronaca parla in modo eloquente. Alle 20 del primo settembre, il Big Ben del calciomercato romanista ha detto stop tra più frustrazione che entusiasmo. Eppure a Trigoria sono sbarcati, almeno loro in discreto orario, sei calciatori nuovi, per un esborso totale di 115 milioni; nessun nome importante è stato ceduto, a parte El Aynaoui; lo straordinario lavoro di Gasperini, mentre gli attaccanti-sinistri-di-piede-destro sbagliavano imbarco o dicevano no, grazie, ha già portato la Roma in vetta alla classifica, due partite sei punti, otto gol segnati e zero subìti, una sensazione di strapotere fisico e tecnico impressionante. Però la felicità non è unanimemente condivisa dal popolo giallorosso. E così torniamo al paradosso dei Friedkin. Bisogna avere un talento raro, per fare tutto questo e sentirsi chiamare straccioni – non da tutti, per carità – o addirittura dover sentire che, alla fine della fiera, ha forse fatto un mercato migliore Lotito, che senza un centesimo ha portato a casa Frattesi, Pinamonti e Gudmundsson.
La verità sta nel mezzo, certo. La Roma è complessivamente più forte di quella che Gasperini ha trascinato al terzo posto. Ha una difesa mai così solida e piena di soluzioni, potrà sfruttare almeno per una stagione l’esperienza del regista più concreto e lucido della serie A (De Roon), ha vivaddio un possibile sostituto al fenomeno Malen più credibile del paracarro Dovbyk e un gioiello purissimo come Rodrigo Mora. Ma resta corta nei numeri (c’è pure la Champions, quest’anno) e tristemente zoppa sulla sinistra, dove oltre a fallire per l’ennesima volta l’acquisto di un attaccante non si è riusciti nemmeno a trovare una vera alternativa a Wesley. Perso l’assalto a Moreira e al giovane Cacciamani, si è puntato su un olandese dall’aria tosta, Oosterwolde, salvo scoprire che era messo così male da doversi operare al tendine. Un errore. Aggiunto, in mezzo al mercato impazzito per prezzi e strategie, al più grave di tutti: aspettare, nell’illusione che l’ultimo giro della giostra avrebbe innescato chissà quale valanga di opportunità. Si è finito per puntare sulle ore e persino sui minuti, dopo avere avuto a disposizione mesi interi, nella convinzione di poter chiudere in extremis l’affare più importante. E, puntualmente, si è rimasti a mani vuote. Più per sfiga o per miopia? La risposta pare persino scontata, se la limitiamo all’incredibile storia dell’esterno d’attacco che Gasperini invocava ancora prima di firmare il contratto con la Roma. È quel vuoto d’aria, a proposito di mal d’aereo, che fa rovesciare lo stomaco anche a chi resta con i piedi saldamente incollati a terra. È quella carenza ormai storica, insopportabile, illogica a confondere le analisi e le speranze sulla Roma che sarà.
Ci dicono di un Friedkin turbato dalla reazione avversa di una parte della tifoseria. Per lui il mal d’aereo dei romanisti è incomprensibile. Possiamo capire il suo rincrescimento, assai meno l’incapacità di leggere la situazione, come dovrebbe competere al presidente di un club e, in generale, a un grande imprenditore. Perché, se restiamo alla Roma, va bene l’equilibrio di bilancio, il settlement agreement con l’Uefa, la iella maledetta nelle trattative e anche le cornacce di quanti hanno replicato “40 milioni, non un euro di meno” a qualunque richiesta avanzata da D’Amico e soci: ma caro Dan Friedkin, se da un tempo infinito insegui invano l’ala che il tuo allenatore si è persino stancato di chiederti, e sei pure appassionato di aviazione, fattela una domanda. E datti una risposta.
