Stesso Gasp, altra Roma. Perché ora questa è la sua. Gli scontri diretti. La capacità di ribaltare una partita da una situazione di svantaggio. Il gioco aereo. Non crediamo di dire una sciocchezza, dicendo che alla vigilia di questo campionato appena iniziato, questi tre punti sarebbero stati la risposta a chi avesse chiesto quali dubbi bisognava risolvere per vedere una Roma ambiziosa come non gli capita da troppi anni. Bene, tutti sfatati nell’infinita e meravigliosa sfida contro l’Atalanta che, per certi versi, ci ha ricordato il Parma-Roma del passato campionato o, volendo andare indietro nel tempo, un Roma-Fiorentina ribaltato nei minuti finali con Bartelt protagonista (senza segnare). Partita dominata (a parte i primi venti minuti della ripresa, conseguenza del gol di Ederson), ma che sembrava stregata tra parate di un grande Carnesecchi, legni di Castro, trentasette tiri, primi dei due finali, che non erano riusciti a scalfire il catenaccio di un Sarri irriconoscibile per filosofia di gioco e coraggio. E invece, il segnale che aspettava il Gasp (e pure noi) si è materializzato con stramerito nei minuti finali di una partita che avrebbe lasciato l’amaro in bocca anche se si fosse conclusa con un pareggio. Figuriamoci con una sconfitta.
La Roma è riuscita a farlo risolvendo quei dubbi ai quali ci siamo riferiti. Cominciamo dagli scontri diretti. Nella passata stagione (conclusa con undici sconfitte) si erano rivelati un autentico tabù, anche per una serie di partite sfortunate e tra queste pure quella con l’Atalanta all’Olimpico. I numeri, in questo senso, sono una sentenza inappellabile. Basti ricordare che contro Inter, Juventus, Milan, Napoli, Atalanta e Como, la prima Roma di Gasp ha messo insieme la miseria di sette punti sui trentasei disponibili nelle dodici partite prese in esame, per una media di appena 0,58 punti ogni novanta minuti. Contro l’Atalanta, anche se maturata nei minuti finali, c’è stata subito questa inversione di tendenza, tre punti in cassaforte e ce ne sono altri trentatrè a disposizione contro le stesse avversarie che, non solo in teoria ci pare di poter dire, sono le sei squadre che si contenderanno l’Europa della prossima stagione dovendo stabilire solo la coppa a cui parteciperanno (poi, per carità, c’è sempre la possibilità di un’ottava protagonista ma al momento ci sembra difficile individuarla tra Udinese, Lazio, Bologna, Torino e una Fiorentina che peraltro già si è inguaiata perdento le prime tre partite del campionato).
Passiamo alla capacità di ribaltare il risultato. Nel primo anno gasperiniano, la Roma c’era riuscita soltanto a Firenze. Dopo, ogni volta che era passata in svantaggio, la squadra giallorossa non era mai riuscita a uscire dal campo con i tre punti, spesso proprio perdendola la partita. Quello che è successo contro l’Atalanta è un altro segnale importante in chiave ambizioni ad altissimo livello, con una squadra che ha ribadito la forza del suo gruppo (al gol di Soulé pure De Roon è volato sotto la Sud) e quella di un gioco fatto di coraggio e idee (per dire: l’attaccante a sinistra di piede destro contro i bergamaschi è stato Wesley) e un’identità sempre più marcata e riconoscibile.
Ultimo punto. I colpi di testa. Cioè quel gioco aereo che in molti individuavano come un possibile punto di debolezza della squadra. Pure questo, contro l’Atalanta, è stato smentito. Castro ha preso una traversa con un gran capocciata, Carnesecchi ha negato il gol a Mancini e poi a Cristante che si è ripetuto pure nel secondo tempo, Mora ha sfiorato la testata vincente nel primo tempo, ci ha provato pure Ndicka, Hermoso ha impattato la partita con una capocciata dalla traiettoria che tutti abbiamo seguito con il cuore in gola. Detto tutto questo, il Gasp ha avuto la risposta che voleva. Aveva chiesto una prova di forza, l’ha avuta. Al punto che è legittimo sognare.
Time out – Altra Roma, stesso Gasp

Photo Credit: Gino Mancini