È una Roma di rincorsa. In campo, fuori, nei conti economici. Quello di dover rincorrere, è un vizietto con cui la Roma si sta confrontando ormai da molti anni. Sarebbe il caso, in campo, fuori e nei conti economici, che la cosa andasse a esaurirsi, ma con questa proprietà sembra destinato a perpetuarsi nel tempo. Perché mister Dan e family i tempi veloci del calcio non li hanno ancora metabolizzati, nella convinzione che la forza economica poi, alla fine, possa sistemare tutto.
Nel mondo pallonaro, invece, non funziona proprio così, fermo restando che il money comunque la differenza la può fare. Prendete, per esempio, le vicende del ruolo di direttore sportivo. Tiago Pinto, Ghisolfi, Massara, ora D’Amico: tutto in quattro anni. Definirla un’anomalia è un complimento, per il semplice fatto che per valutare il lavoro di un ds, dodici mesi è un lasso di tempo decisamente troppo breve. È un lavoro, quello del ds, in cui si lavora sì per l’oggi, ma anche per il domani e dopodomani. Cambiarne uno a stagione, vuole dire semplicemente buttare al mare qualsiasi progetto prima ancora che si possano avere elementi concreti per valutarlo. Ma non c’è soltanto questo. Perché in casa Roma un’anomalia non basta, ce ne vuole almeno un’altra. Ci riferiamo al fatto che gli ultimi tre direttori sportivi del club, sono stati annunciati, e quindi diventati operativi, nel mese di giugno, ovvero con tempi enormemente ristretti davanti per ottenere plusvalenze, concretizzare acquisti e cessioni. Il nuovo ds D’Amico in questi giorni di grande lavoro, deve fare i conti anche con questa realtà. Dopo il turbolento e poco rispettoso (per D’Amico) divorzio dall’Atalanta che ha fatto di tutto e di più per mettere i bastoni tra le ruote a lui, alla Roma e a Gasperini, è arrivato (grazie a una deroga) a Trigoria soltanto nell’ultima decade di giugno, quindi con uno spazio operativo ridotto al lumicino. Con tutte le conseguenze del caso.
Eppure già c’è stata qualche voce critica nei suoi confronti, incapace di capire la situazione, a cominciare da quella dei conti economici del club che soltanto i disonesti e gli invertebrati di corte fanno finta di non vedere. Era quasi inevitabile che prima del trenta giugno non si potesse mettere a punto una cessione (per il settlement agreement) che riuscisse a sistemare i numeri in modo soddisfacente, così come era piuttosto complicato centrare quell’acquisto per sognare sul quale peraltro si sta lavorando da tempo.
Cioè Mason Greenwood. Sarà il caso che qualcuno spieghi alla famiglia Friedkin che sul mercato più le trattative vanno avanti e più si rischia di vederle saltare e fare una brutta figura, con tutte le conseguenze del caso. Da giorni leggiamo che l’offerta per il talento inglese è pronta, ma noi ci domandiamo: e allora perché la Roma non la fa? Perché, ci rispondono, si è in attesa del semaforo verde del presidente che chissà in quale parte del mondo sta vivendo la sua estate. E’ vero, prendere Greenwood è un’operazione complicata, non solo per la cinquantina di milioni che serviranno (oltre a un ingaggio da dieci lordi all’anno per cinque stagioni, fanno altri cinquanta), ma anche perché, per quello che sappiamo, il papà del ragazzo è personaggio funambolico, un giorno risponde, il giorno dopo è uccel di bosco, magari perché impegnato a confrontarsi con qualche altro club al motto chi offre di più? Sarà il caso, allora, che la Roma faccia in fretta, pur nella consapevolezza di poter ricevere un no. Il club giallorosso faccia chiarezza, almeno per azzerare quei tempi di rincorsa che in passato hanno portato soltanto a cocenti delusioni.
