Venticinque anni fa. Settantamila tifosi, settantamila bandiere. I gol di Totti, Montella, Batistuta. L’invasione di campo anticipata, la paura, il triplice fischio. Campioni d’Italia, “mai scudetto fu più meritato”. Ecco, chi scrive questo articolo tutto questo non lo ha mai vissuto. Lo ha solo sentito nominare da chi è venuto prima. Nella narrazione, il terzo scudetto della storia della Roma è il trionfo “recente”, rispetto a quello che già si riveste di mito, il tricolore della stagione 1982-83, ma proviamo a cambiare prospettiva.
il rammarico del tempo passato
Sostituiamo “venticinque anni fa” con “un quarto di secolo fa”. Tutto un altro effetto. Di colpo, i ricordi si ingialliscono. Tutto sembra più distante, e viene da pensare alle cose che sono cambiate da allora.
Fabio Capello di punto in bianco si trasforma dall’essere il tecnico dello scudetto all’allenatore che ha deciso di abbandonare la Roma per andare alla Juventus appena tre anni dopo. Dal carro dei vincitori alla Mazda dei “traditori”. Le immagini di Batistuta che esulta sotto la nord dopo il gol che suggella il trionfo giallorosso ci ricordano – o raccontano, se si è nati dopo il diciassette giugno 2001 – che c’è stato un tempo in cui la Roma aveva la possibilità di acquistare il centravanti più forte del mondo, qualcosa di tristemente anacronistico ad oggi. L’invasione di fine partita ci fa tornare la voglia di scavalcare le barriere che ci dividono dal campo e tornare a festeggiare uno scudetto.
Insomma, il diciassette giugno ci ricorda ogni anno di più che non c’è – ancora – stato un altro diciassette giugno. Tranquillizziamo tutti: nessun rimpianto, nessun rimorso. Soltanto certe volte capita che (cit.) ci si interroghi su cosa possa mancare a questa squadra per fare il balzo decisivo verso l’alto.
l’uomo con la torcia
In più momenti in questi venticinque anni – il famoso quarto di secolo – la Roma è sembrata trovarsi come al buio in una caverna, tra cambi di proprietà, di guida tecnica, perdita di punti di riferimento dentro e fuori dal campo, scontri interni e dicotomie deleterie per la crescita del club.
Oggi però c’è la sensazione che, tornando all’oggi, Gian Piero Gasperini finalmente possa essere l’uomo in grado di illuminare la caverna con la torcia e indicare la via.
Con un lavoro di un anno alle spalle che deve fungere da base di partenza e che è valso il terzo posto, con un mercato alle porte per crescere insieme, la speranza è che il club abbia voglia di seguire l’uomo con la torcia. Che voglia uscire da quella che Dino Viola quarantatré anni fa aveva definito la “prigionia del sogno” per abbracciare il nuovo trionfo.
Un nuovo diciassette giugno, un nuovo Circo Massimo, una nuova festa. Un nuovo affresco da aggiungere alle pareti della caverna. È lì che sono raffigurati tutti i trionfi della storia della Roma. Serve aggiungerne un altro presto, così che i ricordi possano non ingiallire e rimanere accesi come solo i colori di questa squadra sanno essere.
