Certo, il gol è importante. Anzi, decisamente alla base del gioco del pallone. Ma il suo corrispettivo opposto, ovvero sia la parata, in determinati casi ha un peso equivalente se non addirittura superiore. Il portiere ricopre senza dubbio il ruolo più ingrato del calcio. Affetto da solitudine quando la sua squadra segna, come dipinse già cent’anni fa il poeta Umberto Saba. Ma solo contro tutti anche quando l’errore commesso magari da un compagno si rivela fatale per la propria porta.
Per dirla in breve e senza scomodare altri poeti, del portiere tendiamo a ricordare gli errori più che le parate, in un processo diametralmente opposto all’attaccante che riesce a far dimenticare a tutti uno sbaglio clamoroso anche grazie al più modesto e semplice dei tap-in sotto porta.
Ci sono però dei momenti nei quali il paradigma si inverte e la divinità dello sport decide di rendere protagonista l’antieroe per eccellenza di questo affascinante e sgangherato fenomeno agonistico e sociale che è il calcio.
Qui, abbiamo deciso di rendere omaggio alle 5 parata più importanti della storia della Roma. Sempre secondo il punto di vista personalissimo di chi vi parla, ovviamente. Anzi, metto le mani avanti proprio come un portiere: ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna, un po’ causa memoria, un po’ causa anagrafica. Sentitevi liberi di aggiungere le vostre personalissime parate. Perché alla fine il bello del calcio è questo: hanno ragione tutti, quindi nessuno ha veramente ragione.
Rui patricio Feyenoord
Non c’è un ordine cronologico, non c’è un ordine di importanza. Solo sentimento. Partiamo quindi dall’ultima parata, anzi dalle ultime due, capaci di regalare un trofeo alla Roma.
E’ il 25 maggio del 2022 e a Tirana, nella Kombetare Arena che non ha mai vissuto notti europee particolarmente brillanti, si sta per scrivere una pagina di storia. Una tra Roma e Feyenoord diventerà la prima vincitrice della Conference League, neonato trofeo che completa il terzetto di coppe a marchio UEFA in circolazione dopo Champions ed Europa League.
Il pubblico di casa, ma proprio tutto il pubblico di casa comprese le massime autorità del Paese, hanno scelto da che parte stare e cioè da quella della Roma. C è il fascino di Mourinho, c’è il legame storico e culturale con l’Italia, c’è la voglia di concedersi una festa insieme a una tifoseria che vince storicamente poco, ma quando lo fa è una gioia per gli occhi.
Gli olandesi del Feyenoord, dentro e fuori dal campo, percepiscono il clima da soli contro tutti e provano a trarne il meglio. Il primo tempo finisce però con la Roma in vantaggio grazie a una bella imbeccata di Mancini per Zaniolo, che stoppa col petto e con lo scavetto porta Bilojw a raccogliere il pallone alle sue spalle stoppato da una sottile rete di stoffa.
Ci sono ancora quarantacinque minuti, che per la Roma e tutto il suo popolo sembrano una montagna difficile da valicare. C’è da soffrire, tanto per chi è riuscito a venire a Tirana, quanto per chi è rimasto a casa con il corpo, ma con la mente e il cuore ha attraversato l’Adriatico.
Il Feyenoord entra in campo per la ripresa con la necessità e la voglia di ribaltare tutto e inizia un forcing serrato. Dopo un minuto e mezzo di ripresa, c’è già la palla del possibile uno a uno. Sugli sviluppi di un corner Kocku serve palla bassa e forte tesa in mezzo dove trova la deviazione di Trauner. La palla si stampa sul palo ma non è finita.
Da una serie di ribattute la sfera arriva a Thil, che calcia di destro a botta sicura. Ed è qui che Rui Patricio, portiere arrivato meno di un anno prima a Roma dal Wolverhampton con un’età e un costo a bilancio non indifferenti, diventa protagonista della storia.
Il tiro dell’olandese ha come sicura destinazione il fondo della rete, ma non per il portiere giallorosso insolitamente in divisa blu. L’intervento non è esteticamente perfetto, ma l’importante è che sia efficace. E lo è. Palla in corner, Roma salva. Almeno per ora.
Già, perché tre minuti più tardi il Feyenoord è di nuovo li a impensierirci. Sinisterra scarica di nuovo per Til, che con il tacco va a servire Malacia. L’olandese libera il sinistro che prende traiettoria centrale. Ancora una volta Rui ci mette una pezza, questa volta con l’aiuto della traversa, deus ex machina di una serata che la divinità del calcio ha deciso che dovrà tingersi di giallorosso.
La partita del Feyenoord termina sostanzialmente lì. Passeranno altri quaranta ineluttabili minuti prima del fischio finale che riconsegna a Roma e alla Roma un trofeo che mancava da quattordici anni e i primi undici chili d’argento griffati UEFA nella storia del club giallorosso.
Svilar contro il Feyenoord
Certe stelle sono lì da sempre, dalla notte dei tempi, ad illuminare il cammino dell’umanità su questa sgangherata palla umida che chiamiamo Terra. Altre nascono spontaneamente, in una sera che non ti aspetti, non nella galassia ma su un rettangolo di erba con strane linee bianche fatte con il gesso.
La stella di Mile Svilar inizia a brillare una sera di fine febbraio sotto il cielo notturno dell’Olimpico. L’avversaria è ancora una volta il Feyenoord, già battuto a Tirana nel 2022 ed eliminato dall’Europa League dell’anno precedente.
L’infida urna di Nyon ha messo per il terzo anno consecutivo le due squadre una contro l’altra a contendersi l’accesso alla fase successiva della seconda competizione europea.
All’andata la gara è terminata 1 a 1 e saranno quindi i 90 minuti giocati a Roma a stabilire chi raggiungerà gli ottavi di finale. Ma non bastano i tempi regolamentari e nemmeno i supplementari a far emergere una delle due contendenti dalla tenzone sportiva.
Come all’andata, anche al ritorno ad aprire le marcature sono gli olandesi con Santiago Gimenez, raggiunto poco dopo da uno splendido gol a giro di Lorenzo Pellegrini.
Nei supplementari la Roma ha la grandissima chance di evitare i rigori, ma Lukaku si fa incantare da Wellenreuter. Si rende quindi necessario andare ai tiri dagli undici metri. E qui, Mile Svilar esce dalla periferia della partita per farsi centro storico, nevralgico e pulsante della partita.
Il portiere belga para due rigori sui quattro calciati dagli olandesi, mettendo la Roma in posizione di vantaggio da non dissipare.
A non rendere vano il lavoro stellare di Svilar ci pensa Zalewski, che con un rigore perfetto con il destro spedisce la Roma al turno successivo.
Da quella sera però inizia la parabola siderale di Mile Svilar in maglia giallorossa. Da quel 22 febbraio 2024 il rendimento del portiere belga sarà un crescendo rossiniano, con la Roma che arriverà a blindarlo nell’estate del 2025 con la consapevolezza di essersi inconsapevolmente ritrovata dentro casa un tesoro a difesa dei pali.
TANCREDI COPPA ITALIA TORINO 1980
Fa sorridere dirlo oggi, con la Roma che da ormai un decennio ha deciso di prendere la competizione sotto gamba, ma c’è stato un tempo in cui la Coppa Italia ha rappresentato il nostro giardino di casa.
In particolare negli anni Ottanta, la celebre squadra in grado di laurearsi campione d’Italia nell’ottantatre e quasi campione d’europa l’anno successivo, si aggiudicò quattro edizioni su sette dal 1980 al 1986.
Tra le stelle di quella Roma divenuta leggenda e che sarebbe potuto esserla ancora più, c’era anche Franco Tancredi, portiere abruzzese approdato in giallorosso nel 77 dopo essersi messo in mostra nel Rimini.
Non è facile dire quale sia stata la parata più bella di Tancredi nei suoi 13 anni romanisti, ma senza dubbio la finale di Coppa Italia del 1979-80 giocata il 17 maggio fu la partita nella quale il portiere di Giulianova risultò decisivo per la conquista di un trofeo.
L’avversaria di turno era il Torino, quel Torino che proprio quest’anno ha eliminato la Roma di Gianpiero Gasperini dalla Coppa Italia. A quei tempi la finale si disputava ancora in gara unica, consuetudine interrotta proprio quell’anno e ripresa nel 2008, dopo quasi 40 anni di andata e ritorno.
Una gara, va detto, tutt’altro che spettacolare nei suoi tempi regolamentari. Ancora meno, eufemisticamente parlando, nei supplementari. Si arriva quindi a stabilire chi avrebbe vinto la coppa nazionale attraverso i calci di rigore.
E qui le cose si mettono subito male per la Roma, che con Giovannelli e De Nadai sbaglia due dei primi tre rigori calciati.
Quando la Coppa sembra essersi incanalata sull’autostrada per Torino, ecco che Franco Tancredi sale in cattedra e nel ruolo di casellante della porta abbassa la sbarra.
Il portiere blocca il tiro dal dischetto di Greco e con l’errore di Ciccio Graziani che spara fuori, contestualmente alla realizzazione di Santarini, il rigore decisivo per il Torino è sui piedi di Pecci.
Ma ancora una volta, Tancredi si supera e rinvia l’esito della finale ai rigori a oltranza.
Basterà un tiro ciascuno per stabilire il vincitore. Ancelotti, per la Roma, fa il suo, Zaccarelli per il Torino no. E sarà ancora una volta Tancredi a impedire ai granata di realizzare il tiro dagli 11 metri.
All’Olimpico parte la festa. La Roma che solo l’anno prima ha rischiato una clamorosa retrocessione, oggi ha vinto un trofeo. E sarà solo l’inizio di un ciclo che porterà 5 trofei in 7 anni e il rammarico per non aver vinto, beffati stavolta sì dai rigori, la coppa più importante.
Antonioli nappi
In un campionato iniziato tardi e finito peggio per via del rinvio causato dalle Olimpiadi di Sidney, la Roma fu prima in classifica dalla prima all’ultima giornata. Stiamo parlando della stagione 2000/2001, l’ultima in grado di regalare ai tifosi giallorossi la gioia massima della vittoria di uno Scudetto.
Protagonista, spesso in negativo, di quella stagione è stato Francesco Antonioli, portiere di scuola Monza, considerato uno dei talloni d’Achille della formazione che si sarebbe laureata campione d’Italia per la terza volta nella nostra storia.
Facile, molto facile, sarebbe ricordare i tanti errori commessi dal portiere nel corso di quel glorioso anno, tra i quali spiccano quelli clamorosi di Roma-Perugia del 15 aprile, o la punizione di Pecchia a Napoli che costò a tutto l’ambiente una settimana di patemi d’animo in avvicinamento alla sfida decisiva contro il Parma del 17 giugno.
Molto più complicato è trovare una parata di Antonioli che risultò veramente decisiva. Eppure c’è, e alberga nel cassetto della memoria di molti meno tifosi romanisti di quanto meriterebbe.
E’ il 12 maggio 2001 quando la Roma, prima in classifica a +3 sulla Juventus e + 5 sulla Lazio, ospita all’Olimpico l’Atalanta. I giallorossi arrivano all’appuntamento dopo due pareggi per 2-2 proprio contro le due inseguitrici. Dolorossissimo quello con la Lazio, con Castroman che gela la squadra di Capello nel recupero, pieno di gioia quello in rimonta contro i bianconeri.
La partita si prospetta più difficile del previsto. I giallorossi provano di tutto per scalfire la difesa nerazzurra, senza però riuscire a segnare. Anzi è l’Atalanta ad andare vicinissima al vantaggio. Nella ripresa Nappi semina il panico nella retroguardia romanista e arriva all’appuntamento con la porta, trovando una splendida risposta in tuffo basso di Antonioli.
A pochi millimetri dall’abisso, la Roma riesce a trovare la forza di rialzarsi e a vincere grazie a un gol di Montella al minuto 63, per poi difendere strenuamente il risultato fino al fischio finale.
Bisognerà che passi ancora un mese, e qualche altro svarione di Antonioli, affinché la Roma metta le mani sul terzo Scudetto. Ma quella cavalcata non sarebbe stata possibile senza anche il contributo del portiere di Monza.
Bruno Peres SHAKHTAR
Il quinto e ultimo posto, ma non per ordine d’importanza, relativo alle parate che hanno segnato momenti indelebili della nostra storia, se lo prende non un portiere, ma un terzino destro brasiliano che nel suo periodo a Roma ha dato vita a svariati meme e battute per il suo modo di essere così dinoccolato ma allo stesso tempo irresistibile.
Sì, stiamo parlando di Bruno Peres, che in una fredda serata di febbraio 2018 permise con il suo piede sinistro di tenere viva una qualificazione che in caso contrario sarebbe stata ai limiti dell’impossibile.
Il 21 febbraio del suddetto anno, la Roma si presenta in Ucraina per sfidare lo Shakhtar Donetsk negli ottavi di finale di Champions League. Per l’occasione si gioca a Kharkiv, data la situazione di guerra nel Donbass che qualche anno più tardi prenderà la dimensione che purtroppo abbiamo imparato a conoscere.
La partita si rivela subito durissima. La Roma di Eusebio Di Francesco è una squadra forte ma meno abituata a certi confronti da dentro fuori rispetto agli ucraini e, pur finendo il primo tempo in vantaggio grazie al primo sigillo europeo di Cengiz Under, nella ripresa subisce la rimonta dei padroni di casa con Ferreyra e Fred.
Siamo al minuto 92 e l’idea dei giallorossi a questo punto è quella di limitare i danni e mantenere il risultato aperto per giocarsi il tutto per tutto nei 90 minuti di ritorno previsti due settimane più tardi.
Lo Shakhtar però non molla il suo pressing e ad un passo dal fischio finale va vicino al terzo gol. Taison semina il panico in area di rigore, servendo il pallone basso per Ferreyra che calcia a botta sicura. A quel punto Bruno Peres, ad Alisson battuto, si immola alzando il piedone sinistro e spedendo la sfera in calcio d’angolo. La partita terminera li e, il 13 marzo, la Roma riuscirà a ribaltare il risultato vincendo all’Olimpico per 1-0 e prendendosi il pass per i quarti.
In quella Champions League la squadra di Di Francesco si spingerà fino alla semifinale, uscendo anche nell’impresa di rovesciare tre gol di svantaggio contro il Barcellona e facendo segnare il secondo miglior piazzamento europeo della sua storia dopo la finale del 1984.
In quell’avanzata clamorosa, che ancora oggi resta uno dei picchi più alti, c è anche una parata, fatta con un 43 mancino, a un passo dal baratro dell’eliminazione. E che differenza fa se a compierla non è stato un portiere?
