Daniele De Rossi si è raccontato ai microfoni di Cronache di Spogliatoio, ripercorrendo alcuni dei momenti più significativi della sua carriera e soffermandosi anche sul suo presente da allenatore. Dall’addio alla Roma al rapporto con i giovani, passando per il Mondiale del 2006 e l’esperienza al Boca Juniors, ecco le sue parole.
Il giorno del tuo addio hai scelto tu la playlist che si sentiva allo stadio?
“Sì, ci ho messo tanto, non volevo che fosse banale, volevo che dicesse qualcosa. Sunday Morning Call è una delle mie canzoni preferite, il calcio non si gioca più di domenica, ma è un marchio di fabbrica della nostra generazione”.
Burdisso mi ha detto che ti devi curare di più.
“Sì, sì. Anche Sabatini mi chiama, mi dice che ha un difensore da farmi vedere, però poi mi dice che sono grasso e che devo dimagrire. Mi chiama anche all’una di notte. La barba per me è intoccabile perché mia moglie mi ama così, anche i miei figli, anche me stesso. Posso vedermi coi capelli lunghi o corti, magro o grasso, ma quando mi taglio la barba sembro un neonato, non ci riesco. Ho sempre avuto questo da calciatore: mi piace mangiare e ho combattuto, quando ero giovane mi allenavo più forte”.
Aquilani tra i due era quello che rubava più l’occhio, mentre tu partivi più da gregario. La prima prova di carattere è stata proprio quella?
“Secondo me Alberto non rubava l’occhio, era proprio più forte. Era già giocatore ed elegante. Io mi sono sviluppato in crescendo, ero un agonista, ma il fisico non mi permetteva di vincere queste battaglie che provavo a giocarmi sul campo. Crescendo ho avuto modo di fare un percorso quasi speculare al suo. Lui ha fatto una carriera diversa, con squadre forse più importanti come Liverpool e Juventus, e questa cosa continua anche da allenatori. Quest’anno finalmente ci sfideremo”.
Vedere allenatori giovani che danno spazio a giocatori giovani dà speranza.
“Non credo che sia automatico, devi essere predisposto. Non si deve partire dal preconcetto che se sei giovane devi imparare. Il problema italiano è che arrivano allenatori giovani solo se hanno giocato vent’anni in Serie A, perché hanno un percorso agevolato per quanto riguarda i corsi. Se non ci fosse stato il Covid io l’avrei preso in poco tempo. Avendo seguito l’Ostiamare vedo che c’è tanta qualità. L’altro giorno abbiamo fatto un’amichevole con il Trento e giocano bene. Noi siamo fortunati”.
Ti capita di andare da un ragazzo e spronarlo?
“Lo faccio in continuazione, bisogna farlo anche fuori dal campo. I ragazzi devono essere felici. L’ho fatto anche con un giocatore giovane: gli ho chiesto se fosse felice. Non si aspettava questa domanda e non lo era, perché aveva avuto un infortunio e veniva da un periodo di crisi calcistica, si sentiva in colpa. Dobbiamo essere, per qualche minuto, un po’ genitori e un po’ amici di questi ragazzi”.
Tu arrivi al Mondiale come uno che vuole vincerlo.
“Non ho mai avuto la necessità di sforzarmi per prendermi una responsabilità. Se si parla di coraggio faccio un po’ fatica a capirlo, mi viene naturale. Poi però non dormivo per tre notti se dovevo giocare Roma-Lazio. Dacourt mi teneva la testa prima della partita, me lo ricordo come fosse ieri. Il rigore nella finale della Coppa del Mondo per me era la normalità. Poi, sbagliando, mi si sarebbe riproposta quell’immagine per tutto il tempo. Il problema grosso sarebbe stato dire no e non tirarlo”.
Stai lavorando per essere meno emotivo?
“Sono tranquillo, cerco di trasmettere quanto questo gioco sia determinante. Non ho discorsi prestampati. Magari riporto frasi che leggo sui muri, nei libri o nelle serie TV. Mi rendevo conto che da calciatore per me era una questione di vita o di morte, poi con gli anni l’ho vissuta in maniera più serena. Come adesso: magari fai un discorso pre-partita splendido, ma poi perdi la gara. Non è automatico”.
Come hai vissuto quei mesi al Boca?
“Ero a fine carriera. Se avessi avuto bisogno di un grande contratto ci sarebbe stata la Cina. Dipende da quello che cerchi e soprattutto da quello che ti fa stare bene. Volevo andare in un posto che mi emozionasse e mi facesse sentire vivo. Poi in Argentina non è andata a finire in maniera gloriosa, io non ero più il giocatore che sono stato e questo è il mio grande rammarico. Andare al Boca tre o quattro anni prima avrebbe consentito di raccontare una storia strepitosa. Vincere lì sarebbe stato il sogno più grande della mia carriera”.
Dopo l’esonero della Roma pensavo volessi toglierti dei sassolini, invece hai fatto 20 minuti di autocritica.
“La lettura dei propri errori è alla base. Una volta che ti hanno cacciato bisogna solo leccarsi le ferite e analizzare i propri sbagli. Quando ho ricominciato la stagione con la Roma, che è durata pochissimo, chiedevo perché dovevamo prendere un altro centrocampista quando c’era Pisilli. Adesso è un po’ più facile dirlo, ma vedendo gli allenamenti avevo questa sensazione e porto avanti questa mentalità anche adesso. Cerco di fare giocare i giovani anche per capire come possono migliorare e soprattutto anche per capire se il presidente deve comprare qualcosa o magari possiamo puntare sui nostri.
Per quanto riguarda i sassolini, non sono uno che vive al di sopra dell’odio o del rancore. Io ero incazzato nero quando sono stato esonerato, ero dispiaciuto. Avevo i miei rivali e mi sono sentito battuto in una battaglia che non ho combattuto, perché dopo quattro partite non c’è stato il tempo di tirare fuori la squadra.
Ho fatto una conferenza stampa alla SPAL e me ne sono pentito dopo poco tempo. Non è bello far capire che stai rosicando. La mia storia alla Roma non è stata perfetta e lineare, ma non meritava un’uscita di scena del genere. Non trovo elegante far volare gli stracci: ogni tanto bisogna difendersi, ma ci sono sedi opportune per farlo. Dovevo farlo prima, quando stavo lì”.
