Arrivano i nostri. Che poi, per quanto mi riguarda, sono i loro, ma quali nostri. Nello specifico, comunque, si dice, si suggerisce, si mormora che siano in arrivo a Roma i Friedkin, più mister Ryan che mister Dan, pare difficile che sbarchino insieme, e non è la stessa cosa. Non dovrebbe essere una notizia.
Sono i proprietari e padroni della Roma, capperi (eufemismo), perché mai dovrebbe esserlo? Da sei anni sono i grandi capi, ci hanno parlato dell’intenzione di risvegliare il gigante addormentato, di voler essere i custodi di una storia che più storia non ce ne è, di voler vincere, rispettare le tradizioni, costruire lo stadio, investire per il presente e il futuro.
Hanno pensato di farlo con la forza del denaro. Hanno già investito circa un miliardo e duecento milioni di euro in una società che comunque continua ad avere pesanti paletti economici monitorati dall’Uefa. Sono pronti a mettere sul piatto un altro miliardo per quello stadio di proprietà che i tifosi romanisti sognano da quasi cinquanta anni, confermando con i fatti come siano, senza ombra di dubbio, la proprietà romanista più ricca di sempre, certificata dagli oltre undici miliardi di dollari di patrimonio personale (triplicato negli ultimi cinque anni) che li inseriscono nella classifica degli uomini più ricchi del mondo. Sono imprenditori di successo nell’automotive, i primi concessionari al mondo della Toyota. Sono al top nel turismo di lusso con un marchio che compare anche sulla maglia della Roma. Hanno decine di resort dove noi, comuni mortali, ci potremmo permettere di alloggiare neppure ventiquattro ore. Sono produttori cinematografici che in bacheca hanno pure qualche Oscar. Sono chissà che altro. Sono uomini di successo, insomma.
Meno che nel calcio. Ed è questa l’unica cosa che ci interessa. Al punto che dovrebbero domandarsi come mai, dopo tutto quello che hanno investito nella Roma, non siano riusciti a entrare nel cuore della gente romanista. Investire tanto per poi essere spernacchiati dovrebbe consigliargli di farsi qualche domanda avendo come obiettivo quello di trovare delle risposte convincenti, piuttosto che gli assensi dei signorsì che li circondano. E forse, cercando le risposte, potrebbero rendersi conto che il calcio è un’azienda (anche se per me la Roma non può mai essere definita un’azienda, la Roma è un sentimento che vale milioni di emozioni) diversa da qualsiasi altra. Dove un arbitro incompetente, mister Taylor, può cambiarti la storia con un fischio negato uccidendo il regolamento e l’onestà. Dove un infortunio di troppo ti nega l’obiettivo che ti eri prefissato. Dove, soprattutto, la scelta degli uomini con cui portare avanti un progetto, è fondamentale per poter puntare alla completa realizzazione dello stesso. Dove è fondamentale capire gli errori per non ripeterli. Dove è necessaria competenza specifica, intelligenza, conoscenza per poter limitare quel margine di errore che è presente in tutte le cose. Dove la storia, le tradizioni, le emozioni sono cose che nessuna carta di credito al mondo potrà mai comprare.
Di tutto questo a me pare che i Friedkin se ne freghino. Lontani da Roma e dalla Roma da anni, dopo aver trascorsi i primi due continuativamente da queste parti senza mai riuscire a capire dove si trovavano, alzando un muro nei confronti dell’esterno manco fossero dei capi di stato. Il risultato sono stati sei allenatori cambiati in altrettanti anni, un progetto che non è mai stato difeso e perseguito sul serio sull’onda della ricerca di un consenso popolare che peraltro non c’è, una Champions League che continua a essere un obiettivo, dirigenti che hanno esasperato i problemi piuttosto che risolverli, conti economici che devono ancora essere messi a posto nonostante l’enorme investimento fatto, dirigenti inesistenti al punto che l’organigramma giallorosso sembra una scatola vuota, direttori sportivi che vanno e vengono, al punto che oggi c’è la più che concreta possibilità che arrivi un nuovo ds per il terzo anno consecutivo a giugno, cioè quando il mercato estivo di fatto è cominciato da un pezzo e un ds dovrebbe aver cominciato il suo lavoro da un pezzo.
E questi sarebbero i nostri?
