La top ten della Roma nel 2025

Photo Credit: Gino Mancini

Pubblicato il:   26 Dicembre 2025

Sta per chiudersi un altro capitolo della lunga, tormentata e irresistibile storia romanista. Un anno che, come spesso accade da queste parti, non è stato lineare, non è stato semplice e soprattutto non è stato mai banale. Il 2025 della Roma è stato fatto di slanci e frenate, di notti esaltanti e pomeriggi da mandare giù a denti stretti, di scelte giuste e di qualche errore che ha lasciato il segno.

Per raccontarlo non bastano le classifiche, non bastano i numeri e non basta nemmeno il tabellino dei marcatori. Per questo abbiamo scelto di farlo attraverso dieci nomi. Dieci volti che, nel bene – e in un caso anche nel male – hanno contraddistinto l’anno giallorosso che sta per concludersi. Protagonisti diversi per ruolo, peso specifico e percezione, ma tutti accomunati dall’aver inciso, ognuno a modo suo, sul destino della Roma in questo 2025.
Non è una celebrazione sterile né un processo sommario. È un racconto. Un viaggio dentro una stagione che ha lasciato cicatrici e ricordi, domande aperte e qualche certezza in più. Questa è la top ten della Roma nel 2025: dieci storie per capire chi siamo stati, cosa abbiamo vissuto e perché, ancora una volta, essere romanisti non è mai stato solo una questione di risultati.

Claudio Ranieri

Il primo posto di questo anno che volge al termine non può che prenderselo Sir Claudio da San Saba. Perché a volte il calcio, come la vita, ha bisogno di storie che sembrano scritte apposta per ricordarci perché ce ne innamoriamo. Richiamato in fretta e furia dai Friedkin, andati idealmente a Canossa per convincere l’ex tecnico due volte romanista a interrompere il suo buen retiro, Ranieri accetta l’ennesima chiamata della Roma. Non per gloria, non per ambizione personale, ma per senso di responsabilità. Per salvare la baracca.

Il 15 dicembre 2024 la fotografia è impietosa: la Roma perde a Como, si ritrova a due punti dalla zona retrocessione e con prospettive ridotte al lumicino. Una squadra smarrita, fragile, senza identità. Lo stadio mormora, l’ambiente rumoreggia, la stagione sembra già segnata. È lì che Ranieri rimette piede a Trigoria, con i capelli bianchi, lo sguardo sereno e quella calma che solo chi ha visto tutto può permettersi.

Da quel momento in poi, qualcosa cambia. E cambia davvero. Non tanto negli slogan o nelle promesse, ma nei dettagli: nelle scelte semplici, nella restituzione di certezze, nella normalità riportata al centro del progetto. Dalla vittoria contro il Parma in poi, la Roma del canuto testaccino mette insieme una striscia impressionante: 16 vittorie e 5 pareggi. Una marcia che porta i giallorossi dal dodicesimo al quinto posto, a un solo punto da quella Champions League che sembrava fantascienza.

https://www.youtube.com/embed/bk80Y8u4fb4?si=4ocGKYqFI2zqXvcz

A negare l’impresa completa restano alcuni episodi: il ko di Bergamo contro l’Atalanta di Gasperini e quel rigore, diciamo così, “mezzo e mezzo” concesso alla Juventus nell’ultima giornata. Sliding doors che non cancellano però la portata del lavoro svolto.

In mezzo vanno ricordati anche gli scivoloni: l’eliminazione in Coppa Italia contro il Milan e quello, letterale, di Hummels a Bilbao in Europa League. Due sbandate che fanno parte del percorso, ma che non possono e non devono intaccare il giudizio complessivo su quello che è stato, a tutti gli effetti, il Ranieri Terzo, andato in scena a Trigoria fino al 20 giugno scorso.
L’eredità più importante, però, Ranieri la lascia dopo. Quando dice addio – stavolta davvero – alla panchina e alle partite vissute con il fiato corto a bordo campo, accettando il ruolo di consulente senior dei Friedkin. Un ruolo silenzioso, ma decisivo. Perché è lui a indicare in Gian Piero Gasperini l’uomo giusto per il futuro: un allenatore capace di costruire successi attraverso un gioco riconoscibile e la valorizzazione di profili giovani e di prospettiva.

E allora, davanti a tutto questo, che dire a Claudio Ranieri? Se non un grazie sincero, profondo, quasi personale. Da parte di una città, di una tifoseria e di chi questo sport lo racconta ogni giorno. Grazie Sir Claudio, perché alcune storie non finiscono con una vittoria, ma con qualcosa di ancora più raro: il rispetto eterno.

Gian Piero Gasperini

Subito dietro a Ranieri, in questa classifica dei dieci protagonisti dell’annata romanista, va proprio Gian Piero Gasperini. Non solo per quello che ha già iniziato a fare sul campo, ma per ciò che rappresenta in prospettiva. Lasciare Bergamo dopo nove anni di successi continui, durante i quali ha riscritto per sempre la storia dell’Atalanta, non era affatto semplice. Serviva un progetto credibile, serio, ma soprattutto serviva una sfida vera. Di quelle da bollino rosso, di quelle che ti mettono alla prova ogni giorno e che, se riesci a portare a termine, ti consegnano una pagina di immortalità calcistica.

E allora no grazie, anzi merci, a monsieur Comolli. Il tecnico di Grugliasco ringrazia il dottore juventino, rifiuta la destinazione – che poi sarebbe stato un ritorno al passato – e decide di farsi ammaliare dal fascino bello e dannato di una piazza come Roma. Una scelta di pancia, forse, ma anche di ambizione pura.

Accolto a mezza bocca da una parte della tifoseria, da quel vil qualcuno che arrivò persino a esporre striscioni ingiurianti verso il suo possibile approdo, Gasperini ha scelto una linea precisa: niente scontri frontali con tifosi e stampa. Le sue sfuriate, il suo carattere peperino, restano confinati nelle segrete stanze di Trigoria. Davanti ai cronisti si presenta in versione Dottor Jekyll; lontano dai riflettori, invece, si trasforma in un canuto Hyde dall’inconfondibile accento piemontese, determinato a ottenere ciò che gli serve sul mercato. Per ulteriori conferme, chiedere pure a Ricky Massara.

Gasp ha però deciso di farsi voler bene dalla piazza non attraverso dichiarazioni roboanti, ruffianate o mani portate platealmente al petto. Sarà pure piemontese, sicuramente cortese, ma non è un falso. Gasperini non è romanista e non lo diventerà, nemmeno dovesse centrare traguardi importantissimi. Ma ha scelto di farsi ricordare a Roma con la sua vera specialità: il lavoro quotidiano, ossessivo, di valorizzazione di ogni singolo elemento della rosa.

I risultati, almeno fin qui, gli stanno dando ragione. E se qualche scivolone è fisiologico per chi indossa un nuovo paio di pattini dopo anni di rodaggio con un altro modello, la strada intrapresa sembra essere quella corretta.
Nel frattempo, il tecnico sta scoprendo Roma e i romani, dei quali forse non gli era stato fatto un racconto del tutto onesto nei lunghi anni trascorsi nel Nord Italia, tra Torino, Genova e Bergamo. Oltre alla cucina, Gasperini sembra apprezzare una piazza esigente, capace però di restituirti, nei momenti positivi, molto più di quanto possa toglierti in quelli negativi. D’altronde gli agnolotti al ragù sono buoni, ma nulla che una buona amatriciana non possa far dimenticare in fretta.

Come finirà questa avventura, che nelle intenzioni è almeno triennale, è difficile dirlo. Nel frattempo, però, sognare non costa nulla. E in attesa del risveglio – che sia dolce o brusco – ci culliamo tra due guanciali, sperando che la sveglia ci conceda ancora cinque minuti.

Ricky Massara

Completa la triade della vetta il ritorno a Roma di Ricky Massara. Dopo l’esperienza esotica durata una sola estate, un po’ come una hit estiva di Baby K, di Florent Ghisolfi, la Roma sempre su indicazione di Ranieri ha deciso di tornare a investire sull’usato sicuro. Basta dunque al ban imposto su chiunque avesse varcato anche solo per sbaglio la soglia di Trigoria durante il periodo di gestione di Pallotta e soci. Bentornato Ricky, c’è un grande lavoro da fare.

Ufficializzato a metà giugno inoltrato, quando se il mercato fosse cibo è troppo tardi per il pranzo e troppo presto per la cena, all’ex dirigente di Milan e Rennes viene richiesto di assottigliare quanto più possibile la cifra di esposto della Roma nei confronti della UEFA, sempre molto attenta a monitorare i conti di Trigoria. Una missione impossibile, ma resa un po’ più reale dalle cessioni di Shomurodov e Abraham, entrambe in Turchia. Si entra poi nel vivo delle trattative in entrata.

Ci sono tante cose da fare, troppo poco tempo e ancora meno soldi. Dunque? Si fa quel che si può, ma se a farlo è Ricky Massara si sta un po’ più tranquilli. Fin qui i due acquisti più onerosi, Wesley e El Aynaoui, stanno dimostrando di valere le cifre per le quali sono stati pagati (nel calcio ormai prossimo al 2026).

Un po’ meno azzeccate, almeno al momento durante il quale viene scritto e speakerato questo pezzo, le scelte su Ferguson e Bailey, complici anche una serie di disguidi fisici che erano francamente prevedibili ma che si sperava di evitare. Ma a Trigoria, quando si gioca a testa o croce la moneta è fallata ed esce sempre irrimediabilmente il lato scelto dalla signora Sfiga in persona.

Da capire il valore e l’importanza che avranno i due ragazzi Ian Ziolkowski e Daniele Ghilardi, arrivati entrambi nel reparto difensivo e che se mostreranno margini di crescita importanti potrebbero prendersi le luci della ribalta al più presto.

Bocciato fin qui solo Kostas Tsimikas, arrivato a Roma per completare il reparto di esterni difensivi insieme ad Angelino, ma che come unico risultato fin qui è riuscito a farci domandare come sia stato possibile che abbia fatto parte del Liverpool vincente di Jurgen Klopp, oltre a farci rimpiangere tutta un’altra serie di carneadi alternatisi su quella fascia nel corso degli anni più o meno vicini. Roba che il suo connazionale, Vasilis Torosidis, da quella parte in confronto sembrava Dialma Santos.

Su Vasquez, arrivato per la porta e finito nelle gerarchie persino dietro a Gollini, francamente impossibile esprimersi. Bollato dai capiscioni come caprone per il semplice fatto di avere amicizie nel mondo giornalistico, come se invece gli altri direttori sportivi vivessero in torri d’avorio isolati da tutti, in una versione sportiva del buen retiro scelto da Mina (la cantante, non Yerry del Cagliari eh). Massara conosce la piazza dove ha deciso di tornare dopo qualche anno lontano dal Raccordo, raccogliendo successi importanti come lo Scudetto con il Milan nel 2022. E sa bene di dover fare l’equilibratore tra le richieste di Gasperini, che vuole giocatori giovani, pimpanti e forti, e quelle della proprietà che chiede maggiore rigore sui conti e un’attenzione particolare alla situazione di esposizione e controllo della UEFA sulle operazioni di cassa giallorossa. Non vorremmo essere nei suoi panni. In boccallupo.

Angeliño

Una menzione particolare, anche ma non solo per meriti sportivi, la merita questo ragazzo nato a Coristanco il 4 gennaio del 1997. Perché a volte il calcio non è solo numeri, statistiche o voti in pagella, ma anche percorsi umani, cadute improvvise e risalite silenziose. E il 2025 di Angeliño, sotto questo aspetto, è stato un vero e proprio romanzo.

Il suo anno inizia nel migliore dei modi, con il gol che sblocca la partita contro l’Eintracht Francoforte, ultimo e decisivo impegno europeo della Roma per garantirsi almeno un posto tra le prime 24 di Europa League e conquistare la possibilità di accedere alla fase a eliminazione diretta passando dai playoff. Una rete pesante, che vale ossigeno. Gol bissato pochi giorni dopo in campionato contro il Napoli, ancora più prezioso perché evita ai giallorossi il ko contro quelli che diventeranno poi i futuri campioni d’Italia, e tiene viva la fiamma di una rimonta che, col senno di poi, apparirà tutt’altro che banale.

Il gol di Angeliño al Napoli

Nei primi tre mesi del 2025 Angeliño si rivela l’uomo in più per i destini giallorossi. Corre, spinge, segna, rifinisce. Le sue prestazioni lo vedono protagonista assoluto e contribuiscono in maniera decisiva alla risalita in classifica della Roma, dai bassifondi fino alle zone nobili del campionato. Poi però qualcosa si inceppa. Con l’infortunio di Dybala, crolla inspiegabilmente anche il suo rendimento, quasi come se venisse a mancare un punto di riferimento emotivo e tecnico.

In estate lo spagnolo, ex Lipsia e Manchester City, sembra sul punto di lasciare Roma. L’offerta multimilionaria dall’Arabia Saudita è concreta, con l’Al Hilal di Simone Inzaghi pronto ad accoglierlo come alternativa di lusso a Theo Hernandez. La trattativa però si arena, e così Angeliño resta. Resta e si ritrova costretto a riconquistare posizioni che aveva scalato con fatica.
L’arrivo di Gian Piero Gasperini ne mette seriamente in discussione la titolarità. Nelle prime uscite della stagione 2025/2026 parte quasi sempre dal primo minuto, ma il rendimento è solo un lontano parente di quello ammirato a inizio anno. Poi arriva il fuori programma. Un evento imprevisto, di quelli che vanno oltre il campo.

Una bronchite asmatica molto seria lo costringe a uno stop forzato di circa sessanta giorni. Due mesi lontano dai campi, durante i quali, complice il silenzio della Roma – giustamente orientato al rispetto della privacy del ragazzo – impazzano voci incontrollate su presunti problemi di salute ben più gravi. In particolare è una foto circolata sui social, che lo ritrae smunto ed emaciato, ad alimentare la preoccupazione di tifosi e addetti ai lavori.
Per fortuna la situazione rientra senza ulteriori complicazioni. Angeliño torna in campo nei minuti finali della vittoriosa trasferta di Europa League in casa del Celtic, accolto quasi come un ritorno a casa.

La speranza e l’augurio per questo 2026 è che, una volta riconquistata la forma partita, lo spagnolo possa tornare a essere quell’elemento positivo che ha illuminato il primo trimestre dell’anno che volge al termine. La Roma ha bisogno di Angeliño e il folletto spagnolo ha bisogno della Roma, per scrivere insieme nuove pagine importanti sotto la guida, esigente ma competente, di Gian Piero Gasperini.

Anche perché, con lo Tsimikas visto fin qui, i giallorossi hanno dovuto adattare Wesley sulla fascia sinistra: un brasiliano pagato a peso d’oro per occupare una zona di campo che non è la sua. E allora sì, davvero: in bocca al lupo Angeliño. Perché il talento c’è, la strada pure. Ora serve solo il tempo di rimettersi a correre.

Mile Svilar

Non può mancare nella top 10 del 2025 il calciatore che più di tutti ha dimostrato di essere un fuoriclasse a disposizione dei vari allenatori che si sono succeduti sulla panchina della Roma.

Mile Svilar è stato al centro del 2025 romanista, non solamente per quanto riguarda il terreno di gioco. Un fenomeno così tra i pali non si vedeva dai tempi di Alisson e, con ancora una storia tutta da scrivere, il belga si è già ritagliato un posto nella classifica all time dei migliori estremi difensori di questi quasi 100 anni di esistenza romanista.

Un rendimento, quello nel 2024-2025, che non ha subito flessioni di fronte ai numerosi cambi di allenatore e che a fine campionato gli è valso il premio di portiere dell’anno della Serie A. Più forte di tutti, anche di quel Mike Maignan che in questa annata iniziata il 23 agosto gli sta contendendo il primato a suon di rigori parati e interventi decisivi.

Non passa gara all’interno della quale non ci sia almeno una parata di Svilar fondamentale per salvare il risultato o per evitare che, in caso di svantaggio, la forbice si allarghi decisamente troppo a favore degli avversari.

Ma Svilar è stato protagonista anche di una lunga telenovela di mercato, con un contratto inizialmente in scadenza nel 2027 ma che faceva gola alle varie big d’Europa. Chelsea e Bayern Monaco ci hanno provato, sfruttando anche un procuratore piuttosto loquace a mezzo stampa per mettere pressione alla Roma.

C’è stato un momento, forse anche più d’uno, in cui le parti sono sembrate irrimediabilmente distanti e con una frattura insanabile. Ma anche qui Claudio Ranieri, padre nobile del romanismo, è sceso in campo affinché le divergenze fossero appianate e si potesse arrivare a un epilogo felice per tutte le parti in causa.

Ecco dunque che Svilar in estate decide col sorriso sulle labbra di firmare un prolungamento che lo vedrà vestire la maglia giallorossa, speriamo, fino al 30 giugno del 2030. Una scelta di investimento importante per la Roma, che ha deciso di blindare quello che probabilmente a oggi rappresenta l’unico vero fuoriclasse con il quale Gian Piero Gasperini può lavorare quotidianamente a Trigoria. Ci sarebbe anche Dybala, ma per età e storico infortuni, l’argentino sembra aver ormai perso quel ruolo di leadership che ha invece ricoperto – quasi sempre brillantemente – dall’estate del 2022 in poi.

Se la Roma gasperiniana in questa stagione sta avendo il problema di segnare goal, sicuramente può star tranquilla nel momento in cui deve pensare a non prenderli. Basta abbassare la saracinesca Mile.

Eldor Shomurodov

Al sesto posto mettiamo Eldor Shomurodov. Proprio lui. Non è un errore di scaletta, non è un colpo di sole e non stiamo nemmeno forzando la mano alla nostalgia. Tra i protagonisti che meritano un’istantanea in questa stagione giallorossa c’è anche il primo – e probabilmente unico – uzbeko della storia della Roma. Eldor Shomurodov. Un nome che non finirà scolpito nel marmo accanto ai grandi di sempre, ma che racconta una storia fatta di fatica, adattamento e silenziosa dedizione. Ed è anche per questo che vale la pena fermarsi un attimo e parlarne.

Nei suoi novantanove anni di storia, la Roma ha visto passare campioni, bandiere, fuoriclasse assoluti e meteore. Shomurodov non rientra nella prima categoria, e non ha mai dato l’impressione di volerci rientrare. Non ha lasciato un segno indelebile in termini di numeri o giocate memorabili, ma ha incarnato qualcosa che a Trigoria e dintorni non è mai stato considerato secondario: il senso di abnegazione. Lo spirito di sacrificio. La capacità di mettersi al servizio della squadra anche quando il vento soffia contro, anche quando le porte sembrano chiudersi una dopo l’altra.

E di porte, negli ultimi mesi, per Eldor se ne erano aperte parecchie. O meglio, quasi aperte. Dall’estate del 2024 fino al gennaio dell’anno che stava per finire, Shomurodov è stato per tre volte a un passo dall’addio. Prima la pista americana, destinazione Atlanta, in quel mercato estivo in cui dalle parti di Trigoria sembrava non fosse ancora ben chiaro il confine tra ante e post meridiano. Forse qualcuno, più che con gli orari, aveva maggiore confidenza con Ante… Postecoglou. Ironia a parte, l’uzbeko sembrava già con le valigie pronte.

Poi gennaio. Due volte vicino al Venezia, due volte pronto a salutare in silenzio, senza polemiche, senza musi lunghi, senza interviste piccate. Ma come spesso accade nel calcio, è una partita a cambiare la traiettoria di una storia. Roma-Eintracht Francoforte, Europa League. Una gara che per qualcuno è stata una parentesi, per altri un crocevia. Il gol del 2-0, quello che chiude i conti e certifica il successo giallorosso, porta anche la sua firma. E porta con sé un effetto collaterale tutt’altro che trascurabile: Claudio Ranieri decide di tenerlo in rosa anche per la seconda parte della stagione.

Da quel momento in poi, Shomurodov fa semplicemente Shomurodov. Niente proclami, niente rivincite personali. Lavora. Corre. Si sacrifica. Entra quando serve, parte titolare quando capita, accetta il ruolo senza fiatare. In mezzo ci mette sudore, disponibilità e anche qualche golletto, che nel calcio – si sa – non guasta mai.

Il più significativo dei quali è quello in extremis al Bilbao, segnato in un Olimpico passato alla storia per una scenografia a bandiere spiegate da antologia del tifo moderno.

Il gol di SHomurodov contro il Bilbao

Uno arriva pure contro la Juventus. E a Roma, si sa anche questo, segnare contro certe squadre equivale a garantirsi una sorta di vitalizio emotivo a tempo indeterminato.

Con tutti i limiti del caso, sia chiaro. Perché il Messi uzbeko, pluripallone d’oro, non esiste. O meglio, condivide con Eldor giusto una lettera del cognome. Ma la storia di un club non la scrivono solo i fuoriclasse che riempiono le bacheche e le copertine. La scrivono anche – e forse soprattutto – i calciatori di medio livello che dimostrano un attaccamento alla maglia fuori dal comune. E non è nemmeno una questione territoriale, perché di Roma e della Roma, il piccolo Shomurodov avrà al massimo letto qualcosa sui libri di storia nel suo paese natale.

Poi arriva giugno. I giorni a ridosso della scadenza del primo dei tre mesi estivi. Eldor fa di nuovo le valigie, questa volta per davvero. Saluta la capitale italiana e accetta l’offerta dell’Istanbul Basaksehir, trasferendosi in quella turca. Senza clamore, senza strappi. Di lui restano un sorriso quasi incancellabile, una sincera ammirazione per chi ha sempre anteposto l’interesse del club al proprio e, non ultimo, il privilegio di poter dire di aver visto alzare un trofeo europeo – la Conference League – al primo calciatore uzbeko della storia della Roma. E anche questo, in fondo, è un piccolo pezzo di storia giallorossa.

Manu Koné

Non può mancare Manu Koné nella classifica dei dieci uomini più rappresentativi del 2025 romanista. Perché il suo non è stato solo un acquisto, ma una presa di posizione. Arriva in una notte di fine mercato, di quelle che spesso sanno di rattoppo e invece diventano spartiacque. Arriva su fortissima insistenza di Daniele De Rossi, disposto a rovesciare i tavoli di Trigoria pur di portarlo a Roma, nonostante le rimostranze del direttore sportivo Ghisolfi, preoccupato per gli equilibri interni e per lo spazio che il francese avrebbe inevitabilmente tolto al suo favorito, Enzo Le Fée.

Ma dal primo pallone toccato in giallorosso, l’ex Borussia Mönchengladbach ha fatto capire di appartenere a un’altra categoria. Intensità, lettura delle situazioni, capacità di strappare, recuperare e ripartire: Koné si è imposto come un centrocampista totale, uno di quelli che alzano il livello di chi gli gioca accanto e danno un’identità precisa alla squadra.

Solo le illuminate – si fa per dire – scelte di Ivan Juric sono riuscite temporaneamente a escludere dal progetto il vero motore del centrocampo romanista. E non è un caso che l’esonero del tecnico croato abbia coinciso immediatamente con una restaurazione della centralità di Koné, tornato a essere il baricentro emotivo e tattico della squadra. Con lui in campo la Roma corre di più, soffre meglio e soprattutto ha un senso.

Se proprio gli si vuole muovere un appunto, è la scarsa confidenza con il gol. Due sole reti in una stagione non rendono giustizia a un calciatore che domina il campo dalla propria area di rigore fino alla lunetta di quella avversaria. Negli ultimi quindici metri il suo rendimento cala, e con esso anche una valutazione che, per il resto del campo, sarebbe tranquillamente faraonica.

Il gol di Koné contro il Lecce

Ma è un difetto relativo, quasi secondario. Perché ai gol, almeno in teoria, dovrebbero pensarci altri. Manu Koné è il collante, l’equilibratore, l’uomo che permette alla Roma di esistere come squadra. È uno dei perni della Roma di oggi, guidata da Gasperini, e soprattutto di quella che i tifosi sperano di vedere domani: più ambiziosa, più solida e finalmente vincente.

Evan ndicka

L’immancabile. Per capire cosa rappresenti Evan Ndicka per la Roma basta un dato: ci è voluta la Coppa d’Africa per fargli saltare una partita di campionato. Nella stagione 2024/2025, infatti, l’unica gara non giocata dall’ivoriano è stata quella di Europa League contro l’Union Saint-Gilloise, e non per scelta tecnica o turnover, ma per una semplice febbre. Per il resto, Ndicka è sempre stato lì, al centro della difesa, puntuale come un metronomo, presente in ogni snodo della stagione romanista.

Con Juric prima e con Ranieri poi non è mai cambiato lo spartito: quando c’era da scrivere la formazione, il suo nome era il primo a finire sul foglio. A dimostrazione di come, nel calcio di oggi, l’affidabilità riesca spesso a pesare quanto, se non più, della qualità pura. Anche se, va detto, per reggere certi ritmi e certi palcoscenici la qualità deve comunque esserci. E Ndicka l’ha dimostrato a più riprese, sia nella gestione della linea difensiva sia nella capacità di reggere fisicamente una stagione logorante, fatta di impegni ravvicinati e pressione costante.

Il gol di Ndicka contro il Nizza

L’inizio della nuova stagione ha confermato il trend di quella precedente, rafforzando la sensazione di trovarsi di fronte a un pilastro vero. Ndicka ha dato l’impressione di poter essere il fulcro della difesa di Gasperini, l’uomo attorno al quale costruire un reparto chiamato a lavorare in modo molto diverso rispetto al passato. Non è semplice, però, il ruolo richiesto dal tecnico di Grugliasco: il suo calcio aggressivo e orientato all’uomo espone spesso i centrali a situazioni di uno contro uno, lasciandoli senza copertura. Un fondamentale nel quale l’ivoriano ha dimostrato solidità, ma anche qualche difficoltà di troppo, soprattutto quando attaccato in campo aperto.
Proprio per questo la sua assenza, dovuta alla partenza per la Coppa d’Africa, rischia di pesare come un macigno. Toccherà a Mancini, Celik ed Hermoso il compito di non far rimpiangere uno dei cardini della squadra, mentre i giovani Ziolkowski e Ghilardi sperano di poter ritagliare qualche spazio in più rispetto a quanto visto finora. Perché quando manca l’immancabile, ci si accorge davvero di quanto fosse fondamentale.

Zeki Celik

Il 2025 è stato anche l’anno in cui abbiamo capito che Zeki Celik è un calciatore. E anche un bellissimo esemplare. Nel febbraio dell’anno corrente il turco ha trovato il suo primo goal giallorosso aprendo le marcature nella sfida di andata contro il Porto nei playoff di Europa League.

Ma soprattutto, l’ex Lille ha messo a segno la prima vera rete targata Gian Piero Gasperini dall’inizio dell’avventura del tecnico di Grugliasco in giallorosso. Parliamo del 2-0 contro l’Udinese, con l’esterno che fraseggia come fosse un trequartista con Mancini per poi trovare la via del goal e battere Okoye facendo illuminare gli occhi degli spettatori all’Olimpico e di quelli – ben più numerosi – che hanno assistito al match da casa (ragazzi mi raccomando occhio alla pirateria, vero male del calcio moderno).

Il gol di Celik contro l’Udinese

Dopo tre anni in cui il turco è stato l’emblema e il portabandiera del “mercatino” sbandierato da Mourinho nell’estate del 2023, agli albori del 2026 sembra finalmente essere diventato un elemento importante della rosa, al punto da farci parlare di rinnovo di contratto – e anche con una certa fretta – senza che si invochi alla blasfemia.

Eppure Daniele De Rossi ci aveva avvertito che Celik era molto più di quell’esterno goffo e impacciato che ci chiedevamo come fosse possibile avesse vinto la Ligue 1 da protagonista nel 2022 con la maglia del Lille.

Con l’avvio del nuovo corso IGP di Grugliasco, Zeki sembrava il calciatore destinato a perdere gerarchie scavalcato dal giovane pimpante e forte Wesley. Invece, complice lo stop sopracitato di Angelino e una riscoperta di caratteristiche intrinseche che lo rendono un perfetto esterno da difesa a tre (o braccetto, fate voi), ora il turco rappresenta una delle certezze dell’undici di Gasperini, con rinnovate ambizioni europee.

E a proposito di rinnovi, a questo punto il regalo che possiamo immaginare di augurargli e da scartare metaforicamente sotto l’albero è proprio quel prolungamento di contratto che permetterebbe alla Roma di cautelarsi. Che sia propedeutico a una cessione più remunerativa rispetto ai 7 milioni cui fu pagato 3 anni fa o lo sia per blindarlo, meglio tutelarsi ambo i lati. Non si sa mai.

Mats Hummels

Chiudiamo questa top ten di protagonisti dell’annata romanista con uno dei calciatori che maggiormente si è rivelato una delusione.

E chi scrive e legge questo pezzo lo fa con una grande tristezza d’animo, avendo agognato per anni l’approdo di Hummels in giallorosso nei glory days in cui vestiva le maglie di Borussia Dortmund, Bayern Monaco e alzava sotto al cielo di Rio la Coppa del Mondo dell’anno 2014.

Il suo approdo in giallorosso avviene a mercato chiuso, da svincolato, dopo un’estate passata in bicicletta e a provare a mantenersi in forma quanto più possibile. Il campo, però, è un’altra cosa e che il lavoro da fare per mettersi in paro agli altri è duro e richiede tempo.

Hummels ha il merito di segnare il goal che impedisce alla Roma di perdere la terza partita consecutiva a inizio del ciclo Ranieri, siglando in extremis la rete che vale il 2-2 nel bellissimo e nuovo stadio del Tottenham.

Ma di altri momenti gloriosi non ce ne saranno. Anzi, le due fotografie del 2025 del tedesco coincidono purtroppo con errori che si traducono con l’estromissione dei giallorossi dalla Coppa Italia e dall’Europa League.

Disastrosa la prestazione contro il Milan a San Siro nei quarti della coppa nazionale. Uno scempio per il quale a fine gara Hummels chiederà scusa ai tifosi con un post su Instagram.

Ma la pagina più nera della sua unica annata romana deve ancora venire e si concretizza in una serata di metà marzo a Bilbao. Con la Roma reduce dalla vittoria per 2-1 nella gara d’andata, al San Mames si prospettano 90 minuti lunghissimi durante i quali bisognerà farsi trovare pronti a respingere le iniziative avversarie e magari provare a mettere in difficoltà la retroguardia basca.

Dopo solo 13 minuti però, Hummels controlla un pallone in maniera maldestra a metà campo e per recuperare azzoppa Sannadi e le speranze di qualficazione della squadra di Ranieri. L’arbitro espelle il tedesco e la Roma cade per 3-1 sotto i colpi dei biancorossi orgoglio del Pais Vasco.

Poche settimane dopo, Mats annuncia il ritiro dal calcio giocato a fine stagione, ma la sensazione è che l’abbandono alla professione lo avesse dato dopo la finale di Champions League persa nel giugno del 2024 a Wembley contro il Real Madrid del sempiterno Ancelotti.

Di lui a Roma rimarrà il grande rimpianto di non essere riuscito a vederlo all’opera quando ancora era un calciatore in grado di spostare da solo i destini difensivi delle squadre nelle quali ha giocato e della nazionale tedesca campione del mondo.

Categorie:   On air
Tags:   Roma

ALTRE NOTIZIE

  • Copertina articolo

    Il punto sulla trattativa Zirkzee

    Come riportato da Matteo De Santis de La Stampa ai nostri microfoni durante la trasmissione di Riccardo Angelini e Daniele Cecchetti ci sono delle novità sull’affare Zirkzee: secondo il giornalista de La Stampa c’è una base di accordo tra la Roma e il Manchester United e qualora il Camerun dovesse uscire dalla Coppa d’Africa e […]
    Redazione
  • Copertina articolo

    Linea Giallorossa – Torri: “Ottimismo per Raspadori, Zirkzee vuole la Roma”, Biafora: “Gasperini vuole un contatto più diretto con la società”

    Linea Giallorossa è la rubrica quotidiana che vi tiene aggiornati su notizie e approfondimenti degli speaker di Manà Manà Sport Roma. Ad aprire il palinsesto c’è la trasmissione di Gabriele Conflitti, Marco Valerio Rossomando e Matteo Cirulli. Alle 9 è il momento del consueto intervento di Piero Torri che fa il punto sul mercato: “Percepisco ottimismo […]
    Redazione
  • Copertina articolo

    Mercato Roma, il punto sull’incontro di oggi

    Arrivano alcune indiscrezioni in merito all’incontro di oggi: secondo quanto riportato da Matteo De Santis de La Stampa il meeting verrà sviluppato con Ryan Friedkin in presenza e con il proprietario della Roma da remoto. Inoltre viene confermato il fatto che l’incontro tra le parti fosse già programmato, ipotesi già sollevata durante la trasmissione di […]
    Redazione
  • Copertina articolo

    Linea Giallorossa – Biafora: “L’incontro Gasp-Friedkin sarà dopo l’allenamento”, Di Caro: “Massara è a Milano a trattare per Raspadori”

    Linea Giallorossa è la rubrica quotidiana che vi tiene aggiornati su notizie e approfondimenti degli speaker di Manà Manà Sport Roma. Aprono il palinsesto Gabriele Conflitti, Matteo Cirulli e Marco Valerio Rossomando. Secondo il primo “Massara è un buon direttore sportivo, ma sicuramente gli si può chiedere più fantasia nei colpi. Non abbiamo il mercato bloccato, […]
    Redazione