Ai microfoni di Manà Manà Sport Roma è intervenuta Francesca Benvenuti. Intervistata da Daniele Cecchetti, Piero Torri e Stefano Petrucci, la giornalista di Sport Mediaset ha parlato del mercato della Roma, delle altre squadre e della decisione di Mancini come CT della Nazionale. Di seguito le sue parole.
Ti immaginavi un mercato così complicato per tutte le italiane?
“La difficoltà vedo che è abbastanza diffusa, generalizzata, al di là delle capacità economiche dei vari club siamo comunque in una dimensione, almeno noi in Italia, abbastanza equilibrata, con capacità diverse, pensando all’Inter ad esempio. Le difficoltà sono soprattutto di carattere operativo: individuare il giocatore con delle caratteristiche di sostenibilità per i bilanci è un po’ un must per tutte le squadre, si va molto a guardare agli esuberi della Premier League. Per quanto riguarda la Roma penso che il rammarico più grande è avere un po’ sprecato questo grande vantaggio che aveva, perché da quella serata di Verona sono passati più di due mesi e di fatto si è iniziato molto tardi. Non solamente per responsabilità della squadra e del club, ma per il mercato che è stato rallentato dal mondiale e poi quelle due operazioni che sono sfumate sotto gli occhi, mi sembra di poter dire che la Roma abbia fatto tutto quello che poteva”, poi dopo le scelte di due giocatori sono andate altrove e le dobbiamo archiviare e assumere come tali”.
Quello che ha speso la Roma sul mercato mi fa pensare che i giallorossi abbiano altrettanti soldi per gli altri ruolo necessari.
“Sono assolutamente d’accordo con te. C’è un dato oggettivo, secondo me, da considerare a questa tua analisi. Intanto gli esterni sono i giocatori più ricercati a livello internazionale e globale, perché giocatori con quelle caratteristiche offensive e di grande qualità sono davvero ricercatissimi da tutti. E poi c’è l’aggravante che ormai tutti sanno che la Roma deve comprare lì, che viene da due grosse delusioni e quindi tutti alzano il loro prezzo di acquisto. Bisogna lavorare di grande sapienza, sapere anche aspettare e conciliarsi con la frustrazione di tutti noi che osserviamo, di chi fa il tifo per la Roma, di chi visceralmente aspetta una crescita di questa squadra, viste le grandi premesse con cui si è conclusa la scorsa stagione. Secondo me il budget c’è, sono d’accordo con te, secondo me la Roma non ce l’ha questo problema e devo dire anche che Gasperini su questo è sempre stato estremamente chiaro, questa proprietà può spendere, vuole spendere quando sente che tutti i tasselli vanno al loro posto”.
I prezzi si alzano nonostante una crisi calcistica e globale, parliamo di un mercato folle.
“Adesso per esempio c’è prepotente la Turchia che sta dando anche una direzione imponente al mercato e sono realtà contro le quali noi siamo veramente molto fragili, difficilmente possiamo inserirci, ecco perché torno un po’ al discorso dell’attesa, che è brutta da raccontare, ma è l’unica chiave della sopravvivenza secondo me, perché poi delle operazioni di mercato è possibile che anche importanti che arrivino a metà agosto, perché comunque si creino magari delle condizioni migliori per i club italiani che stanno alla finestra aspettando di incastrarsi in questo meccanismo che proprio virtuoso non è”.
Le dinamiche interne della proprietà, che porta a delle lungaggini burocratiche influenza il mercato?
“Senza ombra di dubbio, perché comunque tutti noi abbiamo qualche insider che ci racconta un po’ come vanno le cose a Trigoria, e queste difficoltà si esplicano e si evidenziano anche nell’ordinaria amministrazione, senza andare a scomodare con le operazioni di mercato. Quindi figuriamoci che riverbero hanno poi in quella proiezione lì, dove alle volte 30 minuti fanno la differenza nell’acquisto o meno di un giocatore. Sicuramente lo è, non conosco questo dirigente, non so quanto possa incidere, mi auguro che lo faccia la nomina di questo nuovo amministratore delegato.
Certo è che mi pare di capire che questa proprietà ragioni così e che abbia questo modus operandi da sempre e che difficilmente lo cambierà, altrimenti avremmo assistito già a una metamorfosi negli anni. Mi rassicura da un certo punto di vista il fatto che Gasperini abbia ampiamente dimostrato di essere sul pezzo e quindi di un allenatore che all’occorrenza fa anche il manager e quindi pungola laddove necessario la proprietà, però mi pare di capire che le dinamiche siano queste e difficilmente cambieranno. Mi auguro che possano cambiare grazie a questo nuovo dirigente. L’imprinting questa proprietà l’ha dato ragazzi, non è che ormai è un giorno che sono qui no, quindi credo che dovremo convivere con questo stile”.
La Roma negli ultimi 4 anni ha cambiato 4 direttori sportivi, e sono tutti arrivati a giugno. L’avranno capito che ingaggiarli così tardi è sbagliato?
“É correttissimo quello che dici, Piero. Il punto è secondo me dover inquadrare questo management in una visione che a noi sicuramente sfugge, che deve essere estremamente più ampia del management dei Friedkin. Io credo che questi meccanismi un po’ farraginosi corrispondano nettamente ad una visione di una famiglia di imprenditori che ha interessi estremamente importanti e che magari con una mentalità anche diversa dalla nostra, con una affettività diversa dalla nostra, approcciano anche le questioni di business, anche le questioni manageriali.
D’altro canto, l’avvicendarsi dei direttori sportivi è stato anche un po’ figlio della contingenza alcune volte, da chi appunto se n’è andato a chi magari ha fatto male e si è capito subito che era una storia finita, a chi magari ha chiuso un cerchio perché era legato a un momento che si era chiuso traumaticamente. Mi riferisco a Massara. Il problema è che poi quando arriva un direttore sportivo dovrebbe essere messo in grado di operare in maniera incisiva e determinante. Ecco qui si fa un po’ fatica.
Come vedi le altre squadre?
“L’Inter è ancora un passo avanti a altre concorrenti, anche rispetto al Napoli che secondo me dovrà anche un po’ adattarsi a Max Allegri e vicendevolmente, non sarà proprio immediato questo incastrarsi. Sarà fisiologico dover trovare un punto di incontro tra una squadra e un allenatore che vengono da due idee di calcio completamente diverse. Il Como sta facendo molto, sappiamo della capacità economica di quel club, sappiamo anche che il confronto con la Champions League è un’altra cosa dalla realtà del campionato, quindi il Como avrà un grossissimo banco di prova che può essere anche spiazzante per certi versi. Ovviamente sulla carta sta facendo bene. Però vedo poi una generale difficoltà, le operazioni devono essere virtuose per tutti i ragazzi, quindi forse probabilmente è l’unico il Como che ancora non è entrato in questo meccanismo. Diciamo che lì probabilmente la sfida sarà adeguarsi anche un po’ a questa necessità di creare un tessuto di giocatori italiani importante perché comunque la quota è molto bassa, estremamente bassa”.
Il Como tra l’altro ha preso Liberali dal Milan? Che ne pensi? E di Amorim?
“Per quanto riguarda Liberali, penso che il Como possa essere un trampolino. Io su Amorim sono molto curiosa, estremamente curiosa, perché conservo uno scetticismo di fondo che è dato dalla sua traiettoria. Quello che sicuramente abbiamo imparato è che sono molto pochi gli allenatori portoghesi che, e noi ne abbiamo avuto a Roma uno, che escano con successo da quella dimensione e riescano a riproporre una dimensione altrettanto vincente fuori dai confini nazionali. Io credo che alla fine poi la qualità dei vari campionati sia sempre un test probante, quindi già il salto in Premier League è stato fallimentare.
Ovviamente la Serie A non ha il livello della Premier League ma è un campionato estremamente challenging da un punto di vista tattico. Vedo che intorno ad Amorim c’è un’operazione diffusa di grande entusiasmo di questo allenatore che con la relazione umana sta ricostruendo il Milan. Me lo auguro perché sarà nel caso bellissimo commentarlo, mi rimango con molti dubbi, aspetto di vedere all’opera questo allenatore che purtroppo deve fare i conti col suo passato. Certamente le premesse sulla carta possono essere allettanti, un Milan offensivo, propositivo, dipenderà anche molto da cosa accadrà con certi giocatori, penso a Leao”.
Leao può essere un nome allettante per le squadre italiane se dovesse rimanere al Milan verso fine mercato?
“Assolutamente sì, ma credo che lì la fascinazione del giocatore che abbiamo imparato a conoscere e a comprendere non è proprio un esempio di costanza, non spicca proprio per continuità, sia votata per l’estero, quindi io credo che lì sarà determinante l’offerta concreta che arriverà, perché arriverà, perché comunque a me sembra di poter dire che la storia di Leao con il Milan sia conclusa”.
Qual è la tua valutazione di mercato di Leao?
“Secondo me intorno ai 30-35 milioni. L’oggettività conterà pur qualcosa. Poi è chiaro che se si presenta un acquirente dalle capacità economiche sconfinate è chiaro che il Milan può giocare a rialzo. Però io facevo una valutazione, magari la mia è molto bassa”.
Te lo chiedevo perché alla Roma servirebbe un giocatore in quel ruolo.
“È un nome che si fa. Io credo che l’esperienza che lui ha vissuto al Milan sia stata molto positiva ed enormemente negativa. Nella valutazione mi tengo la proporzione negativa come preponderante. È un giocatore estremamente incostante, sul suo valore tecnico non ha niente da dire. È un giocatore che fa mezzo anno buono e l’altra metà ha la ricerca di sé. Non mi scalderebbe moltissimo, tra virgolette, però siamo alla finestra”.
Con che spirito hai guardato le vicende della nostra federcalcio?
“É un pasticcio clamoroso per arrivare al punto di partenza come se fossimo un gioco dell’oca e proporre poi una soluzione di cui si è tanto parlato, sulla quale sono state fatte delle presunte barricate e che poi alla fine si è rivelata essere l’unica praticabile. Tutto l’equivoco nato su Pirlo, su Maldini, su Leonardo, a me sembra veramente surreale a dir poco, perché la rigidità degli uni, la fumosità dell’altro, le cose che non si sapevano, a me sembra veramente che abbiamo toccato un livello di paradosso incredibile.
Poi metto da parte tutta questa considerazione critica e dico non vedo l’ora che la nazionale riparta col piede giusto, anche perché settembre è dietro l’angolo, proviamo almeno a ricostruire una verginità sportiva, perché veramente siamo finiti nel dimenticatoio. In bocca al lupo a Mancini con tutto il cuore, perché questo poi è quel che conta. Il valore dell’allenatore può dire poco. Abbiamo assistito a tali e tante barricate da tutti i punti di vista, la Serie A, Maldini, il Presidente federale, per poi ritrovarsi tutti schiantati per terra, così come ce l’avamo lasciati tre anni fa. Mi fa abbastanza sorridere ecco.
Sembra tutto così paradossale.
“Noi alle volte siamo più innamorati dell’idea che della realtà che stiamo proponendo. Allora la fascinazione di individuare un uomo di calcio, che ovviamente è Maldini, su questo nessun dubbio, la fascinazione di, come diceva Giovanni Malagò, di rovesciare la clessidra, cioè riempirci un po’ la mente di queste immagini rivoluzionarie. Affidiamo tutto a chi il campo l’ha vissuto, a chi è un monumento dell’Italia, salvo poi scontrarsi come dici giustamente tu con una personalità che poi è nota ovunque per la sua intransigenza, per la sua fermezza, per la sua caparbietà. Tante cose che mi hanno confuso. Torniamo al punto di partenza come il gioco dell’oca. Di Mancini si parlava due mesi prima che Giovanni Malagò fosse eletto presidente del calcio, due mesi dopo stiamo parlando di nuovo di Mancini e in qualche modo anche qui abbiamo perso il sacco di tempo”.
