Abbiamo visto (e sentito) l’amministratore delegato della Juventus, oh la Juventus, piombare nel tunnel degli spogliatoi nell’intervallo della sfida contro l’Inter a San Siro urlando di tutto e di più nei confronti dell’arbitro, al motto ma chissenefrega del (presunto) stile Juve. Abbiamo sentito il recente, rumoroso silenzio dell’Inter dopo la mancata concessione del rigore su Frattesi contro l’Atalanta, con il presidente Marotta che ha fatto sapere a buona parte dei canali di informazione tutta l’indignazione della sua società in modo che la potessero far sapere al mondo, non solo arbitrale. Abbiamo sentito Conte, come ti sbagli, protestare per un torto subito, dimenticandosi che la domenica precedente aveva vinto a Marassi contro il Genoa con un inesistente calcio di rigore fischiato nei minuti di recupero.
Abbiamo letto la lista dei torti subiti che il Milan ha recapitato ai suoi trombettieri, dimenticando, pure qui, i favorevoli (eufemismo) fischi arbitrali nella prima parte della stagione. Abbiamo letto il comunicato della Lazio a firma del suo presidente, perché nella Lazio non si fa nulla senza che il suo capo non lo approvi, che lamentava una serie di nefandezze arbitrali che avevano colpito la sua squadra. Abbiamo letto e sentito cose che voi umani ci verrebbe da dire ricordando quel capolavoro di Blade runner. Come peraltro avevamo letto e sentito quasi sempre negli anni passati. Perché basta un fischio arbitrale contro per fare in modo che soprattutto i grandi club si sentano in diritto di alzare la voce, chiedendo quel rispetto che, al contrario, da decenni gli è sempre stato concesso a danno delle piccole che pure quando strillano nessuno le sta ad ascoltare.
In questo balletto in cui c’è la corsa a chi la spara più grossa pensando soltanto al suo orticello, come del resto è tradizione nel nostro paese in qualsiasi campo, c’è una grande, costante, assente. Sì, la nostra Roma che in fatto di torti arbitrali subiti potrebbe scrivere un’enciclopedia. E’ vero, nel passato ci sono state le raffinatezze linguistiche dell’ingegner Viola o la popolare brutalità dialettica di Franco Sensi, a far sentire la voce della Roma e di una tifoseria che, da decenni, ne hanno subite di cotte e di crude, in Italia e in Europa. E’ vero pure che poi non è cambiato niente, ma almeno quelle voci rappresentavano la voce di un popolo che troppo spesso ha dovuto fare i conti con qualcosa che gli è stato tolto e mai con qualcosa che gli è stato regalato. Quelle voci, insomma, almeno garantivano una soddisfazione, un senso di identificazione che comunque è un valore al quale aggrapparsi con eterno orgoglio.
Ecco, ora sarebbe il caso, anche alla luce delle ultime partite, il rigore (ammesso anche dalla classe arbitrale) non concesso contro il Genoa e l’inventato secondo cartellino giallo a Wesley sul campo del Como (con Diao che candidamente lo confessa provando a fare lo spiritoso, roba da pazzi), che la Roma born in the Usa facesse sentire la sua voce, senza lasciare solo all’allenatore di turno il compito di farlo. Qualcuno potrà dire: e chi può alzare la voce? Il consulente Claudio Ranieri? Il direttore sportivo Ricky Massara? Francesco Totti che non è ancora rientrato in società? Anche. Ma noi crediamo che sia il caso che a farsi sentire sia la proprietà. E’ vero, non parlano da quando sono sbarcati all’ombra del Colosseo, ma si può fare anche con una di quelle call che ora vanno tanto di moda o con un comunicato in cui perlomeno pretendere il rispetto che la Roma e la sua gente meritano. Mister Dan, crediamo sia il caso che lei batta un colpo. Lo attendiamo, fiduciosi.
