Mercoledì prossimo José Mourinho tornerà all’Olimpico da avversario, sulla panchina del Real Madrid, per la sfida di Champions League contro la Roma. In vista del ritorno nella Capitale, l’allenatore portoghese si è raccontato a Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport: dall’arrivo a Madrid dopo l’esperienza al Benfica al legame con i romanisti, dalla finale di Budapest all’accoglienza che si aspetta, passando per i cambiamenti del calcio, gli arbitri, l’Inter e Ancelotti.
Il ritorno al Real Madrid
Quando hai saputo che saresti venuto al Real Madrid? Quando hai cominciato a pensare che saresti tornato?
“Di solito prima esiste il contatto e dopo inizia il rumor, che nasce da quel contatto: qualcuno parla da un lato, qualcuno dall’altro, e il rumor parte quando c’è già qualcosa. Qui è stato esattamente l’opposto: i rumors sono iniziati quando i contatti erano zero. Io ero felice al Benfica, che è un club speciale per me. Stavo a dieci minuti da casa, una cosa che non succedeva da vent’anni. Era un club che aveva bisogno di un salto e io pensavo di restare lì, con il mio contratto di tre anni. È iniziato il rumore, e niente”.
Eri sorpreso da quel rumors?
“Sì, sì, sorpreso. Ma non ci ho pensato: è un rumor. Il Real Madrid aveva cambiato allenatore a metà stagione, era entrato Arbeloa, le cose e i risultati non erano buoni, ed è iniziato il rumor. Però nessuno ha parlato con me. Il mio rapporto con il Real Madrid dura da 13 anni, da quando me ne sono andato: siamo sempre rimasti in contatto, siamo amici, legati, anche dopo tanti anni. Con Carlo allenatore qui, anche la relazione che abbiamo noi non lascia spazio a dubbi. Sapevo di essere amico del presidente Florentino: non c’era niente da nascondere”.
Non c’erano ombre.
“No, non c’erano ombre, e io sono sempre stato vicino al Real Madrid. Quando è iniziato il rumore ho pensato che non fosse vero: ero al Benfica, con la testa nel Benfica, nel futuro del Benfica. Non ho mai pensato che fosse vero. Poi abbiamo giocato tre partite in due settimane. Abbiamo vinto la partita che ci ha qualificati, una qualificazione storica: dopo quattro partite a zero punti, nessuna squadra si era mai qualificata, e noi ci siamo riusciti all’ultimo secondo dell’ottava partita contro il Real Madrid, con un gol di un portiere. Una cosa incredibile. Poi l’eliminatoria è stata molto dura per la situazione di Vinícius e Prestianni, difficile per tutti. Sono stato di là e adesso sono di qua: ho vissuto dall’altra parte, e dopo ho capito tutto”.
Benfica-Real Madrid e il caso Vinícius-Prestianni
Tu eri in mezzo, e non era facile. Era difficile prendere una posizione netta, oltretutto si parlava di razzismo, un tema molto scabroso.
“Così scabroso che è stato difficile per noi, perché alla fine Prestianni è stato squalificato, ma non per razzismo. Io sono stato ucciso dall’opinione pubblica, principalmente da tanti opportunisti, per una situazione assolutamente incontrollabile. Hai un giocatore che dice “non è vero” e nessuno ha la prova che sia vero. Non puoi prendere una posizione”.
Qualsiasi cosa avessi detto sarebbe stata sbagliata, per l’opinione pubblica.
“Sì, vero. Quello che mi piace molto, nel finale di questa storia, è che di là c’era un ragazzo fantastico e di qua c’è un ragazzo d’oro. Ho conosciuto i due lati ed è stato molto duro dal punto di vista della gestione: dopo aver giocato l’eliminatoria, venire a Madrid senza sapere. Punizione, non punizione, può giocare, non può giocare. Una situazione tremendamente difficile”.
Il legame con Roma e la finale di Budapest
Il Benfica era casa tua, ma quando ho visto che era ufficiale il tuo ritorno al Real Madrid ho pensato: questa è casa di José, è il suo livello. Anche il Benfica è un livello altissimo, però dopo le esperienze al Fenerbahçe, al Tottenham con il Covid, alla Roma, dove peraltro avevi vinto, livello molto alto ma non quello del Real. Ho pensato: è tornato a casa. E ho visto un sorriso diverso. Ho sbagliato io?
“Sai, ho un rapporto molto speciale con praticamente tutti i miei ex club. Quasi tutti. Il Tottenham è stato il periodo Covid: zero connessione umana, stadio quasi sempre vuoto, abbiamo giocato due o tre partite con il pubblico, poi senza pubblico, senza interazione. Non ho avuto quella connessione con il Tottenham. Il Fenerbahçe è una piazza speciale, una cultura molto speciale, ma sono stato lì solo 13, 14 mesi. Con tutti gli altri club, Inter, Roma, Chelsea, Manchester, Benfica, ho sempre sentito casa mia. Sono sempre uscito bene, anche quando sono stato esonerato, senza una parola negativa. Sai quanto mi ha fatto male al cuore l’uscita dalla Roma. Non esiste una mia parola contro la Roma, non esiste una mia parola contro la proprietà. Ho avuto un commento negativo, di cui poi mi sono scusato con Tiago Pinto, e già non c’è più niente. Quando esco, esco pulito. Sono una persona molto educata nei rapporti umani. Esco sempre con il sentimento che sarà per sempre casa mia, anche se già non lo è. Tornare al Madrid, come dici tu, è anche tornare a casa, perché qui sono stati tre anni che sicuramente valgono 30, perché è stato un periodo molto, molto specifico”.
Riesci a spiegare questo rapporto con Roma? Ti accoglieranno in modo impressionante. Raramente si è visto un rapporto del genere. Hai vinto una coppa che loro non avevano mai vinto, hai giocato la finale, poi c’è stata la rottura e tu non hai detto una parola. Eppure c’è ancora oggi un rapporto viscerale: una cosa così forte non l’ho mai sentita. Da mesi, da settimane, ho persone che mi chiedono: “Voglio incontrarlo, aiutami a vederlo, per una foto”. Perché tutto questo? Cosa c’è stato di speciale tra te e Roma?
“Speciali loro con me. Lo dico sempre: il giorno in cui sono arrivato, non mi ricordo in quale aeroporto, quando sono sceso dall’aereo c’erano mille persone. Ho pensato: non ho fatto niente, sono appena arrivato, non ho giocato una partita, non ho vinto un punto. È stato un impatto forte, perché io non merito questo. Però questa è Roma, e dopo lo capisci. Penso che la connessione sia nata dal fatto che loro hanno capito che io non mi sono mai preoccupato di me stesso, della mia immagine, dei miei rapporti, né con la proprietà, né con la politica del calcio italiano, né con voi della stampa. Tu sai che è vero, sei probabilmente uno dei due o tre giornalisti con cui ho un rapporto. Sono stato in Italia due anni più due e mezzo, quattro anni e mezzo. Loro hanno capito che per me esisteva una cosa sola: la Roma, i romanisti. Ho lottato per loro, ho dato tutto. È vero che abbiamo vinto una competizione che, per un club che vince tanto, avrebbe un significato inferiore, ma per un club che non vince tanto ha un grandissimo significato. L’altro giorno un procuratore amico mio è andato a Trigoria e mi ha mandato la foto dell’ingresso del centro sportivo. C’è sempre quella coppa? C’è solo quella: è la coppa che definisce l’entrata del centro di allenamento.
A questa connessione si aggiunge l’amore per il club, che è una cosa che ti deve toccare sempre. Hanno capito che ho dato tutto, che ho fatto degli errori, che ho perso partite, ma hanno sempre capito che ho lottato per loro. E la finale di Budapest, più ancora di quella vinta, è il punto massimo di questa connessione. Finita la finale andiamo in vacanza e quando torno, torno già morto, a causa della UEFA, che mi ha fatto pagare per una cosa che non è di mia responsabilità. Quello che è successo nell’aeroporto non è mia responsabilità. Mia responsabilità sono gli insulti all’arbitro nel garage, e per questo devi pagare. Non devi pagare per quello che è successo nell’aeroporto, che non è colpa mia. Ho pagato anche per il rapporto con la proprietà, che aveva un profilo diverso dal mio e un approccio diverso dal mio a quello che è successo nella finale. Sono tornato già morto. Qualche mese dopo”
Totti, Conti e la classe del Real Madrid
Eri già fuori. A Roma ormai sei il secondo idolo dopo Totti. Francesco… non si capisce ancora se c’è o non c’è, se è dentro o fuori. Ha fatto 50 anni anche lui.
“Sì, lo so. Francesco no, Francesco non si tocca. Io non mi sento per niente vicino a lui, né il secondo nel cuore della gente. La Roma è una storia bellissima, anche con pochi momenti di gloria, ma bellissima. Ha giocatori assolutamente storici: mi viene subito in mente Bruno Conti, perché lo amo. Io sono stato solamente uno che è stato lì, ha dato tutto, e la gente ha capito che ho dato tutto. Come ti dicevo, più ancora della finale vinta, quella di Budapest è la finale che definisce chiaramente questo sentimento che hanno verso di me”.
Anche Bruno è fuori. In Europa il rapporto con i grandi miti delle squadre è più coltivato: se sei una leggenda di un club resti nel club. Penso a Di Stéfano qui, a Butragueño, e ad altri.
“Non sempre”.
Non sempre?
“Non sempre. Penso che il Real Madrid si definisca anche per la sua classe. È un club di classe: presidente, amministrazione, ambasciatori, è un club che coltiva davvero il massimo rispetto per la gente che lo merita. Ovviamente esiste sempre qualche situazione che sembra una contraddizione, perché è impossibile che un club apra la porta a tutte le vecchie glorie. Ci sono club dove non è sempre così. Io capisco la difficoltà anche dei grandi club con tante glorie e tanta gente importante: non c’è spazio per tutti”.
L’attesa dell’Olimpico
Che accoglienza ti aspetti all’Olimpico? Che striscione ci sarà scritto, secondo te?
“No, non mi aspetto striscioni”.
Non ti aspetti niente, sei sicuro? Stanno preparando qualcosa. La curva è pronta?
“No, non mi aspetto niente. Mi aspetto rispetto. Io ancora non ho iniziato a prepararmi per quella partita, né dal punto di vista dell’allenatore che deve giocare una partita importante, né da quello di un ex che torna a casa. Non ci ho ancora pensato. Mi devo difendere, e difendermi significa prepararmi il meglio possibile per fare bene il mio lavoro. Per farlo bene devo concentrarmi su questo e cercare di dimenticare dove sono e contro chi gioco. Con la Roma non l’ho mai fatto, ma l’ho fatto con l’Inter qualche mese fa. Mi è successo anche quando sono tornato al Chelsea, tante volte. Però devo dire che Roma è diversa. Per la prima volta devo fare quella strada che porta allo stadio, quando entri nella zona dei campi di tennis, quella cosa bellissima lì. Mi devo preparare, perché è la prima volta che vado lì davanti a una passione bellissima, incredibile, quella dei tifosi della Roma. Devo preparare anche i miei giocatori. È un modo diverso di vivere una partita. Ovviamente i miei sono giocatori di altissimo livello, abituati a giocare finali e semifinali dei Mondiali, finali di Champions. Però voglio prepararli a una bellezza antagonista. Anche se è antagonista, è di una bellezza estrema giocare lì”.
Come è cambiato il calcio
Quanto è cambiato il calcio, secondo te? E sei cambiato anche tu, sei cresciuto insieme a lui. Penso a te, a Max (Allegri, ndr), a quelli più famosi, che vengono identificati non come vecchi, assolutamente, ma come espressione di un certo tipo di calcio.
“Faccio una fatica incredibile a parlare di questo. Non voglio dire evoluzione, voglio dire trasformazione, perché non tutto è evoluzione. Preferisco non usare l’antonimo di evoluzione: rimaniamo nella trasformazione. Il calcio ha subito tante trasformazioni e noi siamo parte di questa trasformazione”.
In che senso? Che la vivete da protagonisti?
“Certo. Oggi la carriera di un allenatore è molto più corta. Arrivano velocemente, ripartono velocemente. Non c’è più quel prototipo di allenatore che io chiamo “l’allenatore di carriera”: tanti anni, diversi club, grandissima accumulazione di esperienza, gente che vive calcio, respira calcio, non si stanca mai di calcio. Questo tipo di gente non esiste più tanto. Oggi è facile arrivare, ma è anche facile sparire. Quando ho iniziato io, ricordo le prime volte che sono andato alle riunioni UEFA con gli allenatori delle squadre di Champions: le prime due o tre volte c’erano Sir Alex, Don Fabio, Trapattoni, Lippi, Wenger, gente di peso. Oggi, se fai quel tipo di riunione, ci sono ragazzi che non sappiamo neanche chi siano. E non è per dire che non siano bravi o che non possano fare una carriera lunga come la nostra: è semplicemente un profilo diverso. Noi che siamo qui da anni e anni facciamo parte della trasformazione, nel bene e nel male. Vuoi che ti dica una cosa? Il calcio italiano, quando ho iniziato a studiare calcio, mamma mia: zona, difesa a zona pura. Se vuoi capire la difesa a zonale, studia il calcio italiano. Adesso uomo contro uomo. Tutti Gasperini”.
Gian Piero è uomo contro uomo, ma ormai tutti vanno sull’uomo. Quando eravamo piccoli, noi giocavamo a zona. Per questo dico trasformazione e non evoluzione: corsi e ricorsi.
“Si torna”.
Magari c’è una trasformazione fisica dei giocatori rispetto a tanti anni fa, perché oggi hai giocatori di grande fisicità.
“Anche i mezzi che abbiamo a disposizione adesso sono incredibili. Ogni squadra oggi viaggia con due pullman, uno per i giocatori e uno per lo staff. Quando arriviamo in albergo vedo la lista delle camere: due pagine, una con le camere dei giocatori, 101 Mbappé, 102 Vinícius, 103 Jude Bellingham, e un’altra con altre 40 camere, con 10 analisti, 10 addetti ai social media. Ma servono tutti?”
Servono tutti? E li paga il presidente, costa molto di più oggi.
“Certo che costa molto di più”.
Manchester City, passione e arbitri
Cosa pensi di quello che sta accadendo al Manchester City? Hai voglia di parlarne o preferisci di no?
“Preferisco ridere un po’. Penso che avremo un finale, ma noi due, che siamo sui 60, dobbiamo avere la fortuna di essere qui quando arriverà la sentenza finale, perché adesso arriverà una sentenza dopo un ricorso”
Tanto tu allenerai ancora, perché mi hai detto che ti piace allenare, non ti fermi.
“Con la salute, allenerò”.
Fino a?
“80-90 anni. Però con la salute”.
Hai ancora la stessa passione di quando hai iniziato?
“Sì.”
Cosa è cambiato in te da allora a oggi, dal Porto al Benfica, passando per tutto il resto? Come sei cambiato come uomo, con gli anni? Quell’allenatore lì lo riconosci ancora, quel Mourinho?
“Certo. Il DNA non cambia. Tante cose possono cambiare, ma il DNA non può cambiare”.
Poi hai sempre amato gli arbitri, anche allora?
“Sempre”.
È un amore proprio viscerale, il tuo con gli arbitri.
“Non penso che il problema sia io. Penso che il problema sia la fortuna dei momenti in cui arrivo in un determinato club. Io ho vissuto qui al Real Madrid i tempi importanti di Negreira. Nessuno sapeva, però li abbiamo vissuti”.
E subito.
“E subito. Poi me ne sono andato, e adesso si sa. Però in Turchia”
Ecco.
“Il grande scandalo. Mi è successa questa situazione”.
Turchia, esoneri e rapporto con la proprietà
Tu non c’entri nulla, però sei peggio di Béla Guttmann. Vai alla Roma, dopo di te esoneri. Vai al Tottenham, dopo di te esoneri. Allo United non ne parliamo neanche, non c’è più un allenatore che rimanga più di un anno. E il massimo è stato Taylor: me l’hai mandato a fare il capo designatore in Turchia. È una delle più grosse punizioni della storia.
“Però oggi il capo degli arbitri in Turchia è stato condannato ed è andato in galera”.
Quando ti sei ribellato ricordo che il tuo slogan era diventato lo slogan della politica contro Erdogan. Non è incredibile, perché ti conosciamo: questo karma, non so cosa sia, questo appeal, questa attrazione fatale per i problemi, che li carichi tutti tu. E poi dopo si capisce. Poi dicono: “Però sai, è stato esonerato alla Roma, è stato esonerato al Tottenham”, e nessuno va ad analizzare come, perché e quando, o al Fenerbahçe.
“Tutto ha una storia. Il problema è che a me non piace molto, come si dice, lavare i panni sporchi. Però tutto ha una storia. Senza lavare i panni sporchi, ti dico che con la Roma io sono stato esonerato il giorno della finale. Il giorno della finale di Budapest è stato il giorno in cui io sono stato di più”.
Sì, perché io so, anche se tu non lo diresti mai, che per 80 giorni non hai sentito i Friedkin.
“Non lo dico. Non ho mai parlato, non ho mai discusso pubblicamente la situazione, né ora che andiamo a Roma né prima. Se per caso li incontro nel corridoio, prima o dopo la partita, saluto senza nessun tipo di problema”.
Quindi niente saluto a Roma? Quando arrivi non ti prepari emotivamente?
“La devo preparare, sì. Mi devo parlare, mi devo preparare. Roma per me è Roma: arrivare allo stadio, anche se non veniamo dal centro di allenamento, il tunnel dell’Olimpico, arrivare alla panchina. Non c’è modo di mentire e dire che sia uguale a entrare in un altro stadio. Quando arrivo là, inizia la storia”.
Gli interisti non saranno gelosi, perché la Roma ha un po’ attenuato il rapporto? Tu con il Triplete hai vinto la cosa più importante nella storia dell’Inter: loro ti hanno amato tantissimo.
“Sarà dura, però possono fare questa stagione. Sarà difficile, perché la Roma sarà un avversario difficile per loro in campionato, e anche in Coppa Italia può succedere qualcosa. Però penso che l’Inter abbia tutto per… spero di no, spero di no. Voglio dire, l’Inter ha tutto per fare una stagione migliore di quelle degli ultimi anni, per vincere il campionato, la Coppa. L’Inter può fare di più”.
