(Giorgio Marota – Corriere dello Sport) Prendete come esempio Van Gogh, un artista che sognava i dipinti e poi dipingeva i sogni. Quel talento sconfinato finì per imprigionare la sua anima, fino a condannarla a un’esistenza di sofferenze.
Anche la Roma, nel suo piccolo, deve liberarsi dal giogo dell’ambizione talmente feroce da tarpare le ali. Quello che Gasperini ha sempre chiesto è un sogno leggero e godibile e i tifosi lo hanno capito, non chiedendo mai alla squadra di raggiungere la luna, neppure ora che sono in testa al campionato.
Inseguire i sogni e fuggire dalle ossessioni resta il mantra del gruppo e nelle varie interviste rilasciate dai calciatori nell’ultimo mese spunta spesso un sorriso beffardo quando il giornalista di turno chiede conto del tricolore. Quella parolina che pubblicamente non viene pronunciata da nessuno ma nei discorsi di spogliatoio c’è però la voglia di inserirsi nella lotta al vertice ed è forte.
La rosa è sempre corta – mancano un terzino e un’ala – anche se Gasp adesso ha “venti titolari”, per usare una sua espressione. Il livello dunque è più omogeneo ma nessuno in A ha gli undici titolari e le alternative di cui può disporre Chivu. La sua è una corazzata, capace di vincere le partite anche quando va sotto di due gol: gli è capitato sia contro il Napoli che contro l’Udinese.
Ora c’è la Roma e il sentimento dello scontro diretto percepito è molto forte ed è rinforzato dai precedenti storti, da una cabala che quando è maledetta finisce per incoraggiare: Gasp ha perso le ultime 10 partite giocate contro l’Inter, la Roma non vince all’Olimpico contro i nerazzurri da 10 anni e con l’arbitro Massa i capitolini non esultano da 10 partite…l’ultima proprio contro l’Inter nel 2022-23.
