De Rossi: “Ho avuto problemi con la Souloukou, sarei tornato subito a Roma”

Photo Credit: Gino Mancini

Pubblicato il:   26 Dicembre 2025

Daniele De Rossi, ex capitano giallorosso, ha rilasciato una lunga intervista a DAZN dove ha parlato del suo passato da allenatore della Roma e di alcuni retroscena. Di seguito le sue parole, intervistato da Massimo Ambrosini.

Daniele intanto grazie, perché so che hai deciso di concedere l’intervista solo a me.
“Non so se posso dirlo, ma ho ricevuto veramente tante richieste di interviste, anche prima di diventare l’allenatore del Genoa. Ma da un po’ di tempo ho deciso di fare solamente quello che mi piace”

Come sei riuscito a coniugare i tuoi interessi extra-calcistici con l’idea di stare qua dentro tutto il tempo?
“Mi sono fatto esonerare prestissimo, questa è la soluzione (ride, ndr). Quel tipo di vita di cui tu parli, la vita vera. Per me non si può scindere il concetto di vita da quello di famiglia, coloro che sono importanti per noi. Chiunque ha questo concetto di dare unicità a quella parte della vita, come i figli e la moglie, non può fare questo lavoro. Lo spogliatoio è un’altra famiglia, è difficile staccarsene e bisogna trovare un equilibrio che solo una persona con una famiglia forte e intelligente possono darti, altrimenti esplodi. Una volta ho sentito Allegri che parlava di questo. Questo lavoro va fatto a 360° con un’immersione totale. Siamo talmente tanto tempo qui che il resto del tempo è una scelta. Io se esce Stranger Things, voglio guardarlo. I viaggi, la cultura, il cinema, le serie tv, un libro. Ecco questi ho smesso di leggerli, perché mi distraggo e comincio a pensare agli schemi. Con il resto mi rilasso e mi fanno staccare dalla realtà quotidiana. Per me ti migliora anche un po’”.

Nel periodo in cui sei stato fermo hai rifiutato tante squadre. Ti sei pentito di qualche no?
“No, non ho rifiutato nulla, perché avevo voglia di lavorare. Sono gli altri che hanno rifiutato me. Quando ho rifiutato, l’ho fatto perché si parlava di categoria e ho rifiutato delle situazioni dove non vedo chiaro. Nelle prime due esperienze in maniera diversa ho avuto problemi con la dirigenza. Ho avuto problemi alla SPAL, con i dirigenti, con cui ho chiarito e mi sento ancora adesso. Ho avuto problemi con l’amministratore delegato a Roma (Lina Souloukou, ndr). Niente di clamoroso, ma comunque problemi. Non voglio mettermi nella condizione in cui io possa tornare ad averne. Poi le discussioni ci stanno, ma non voglio che passi il concetto che io abbia problemi con i dirigenti, perché non è così. Una volta feci una conferenza stampa sulla SPAL, parlai di quanto non fossi contento del mercato e di alcune dinamiche. Il presidente si è arrabbiato. Con Tacopina avevo un rapporto familiare. Gli ho chiesto “dimmi se non ho detto la verità?”, e lui “Chi ti ha detto che puoi dire la verità sulla mia squadra?”. Io lì ho capito tante cose”.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza da allenatore della Roma?
“A vederlo adesso, mi dispiace. Adesso mi dispiace, nonostante io stia benissimo. Perché sta avendo un’exploit, di cui sono felice, che un po’ immaginavo. Era quello che gli avevo predetto. Certi giocatori per me il primo anno faranno un po’ fatica, poi esploderanno il secondo anno e il terzo anno lotteremo per lo scudetto continuando a fare un mercato così. Non eravamo pazzi a puntare su questo gruppo, che secondo me è molto forte”.

Non ti credevano quando lo dicevi?
“I presidenti pendevano dalle mie labbra. Con loro avevo un rapporto costante. A livello calcistico ho sempre avuto grandissima libertà, sulle scelte si fidavano e mi chiedevano. A volte mi chiedevano cose anche prima del rinnovo triennale. C’era grande rispetto dei ruoli da parte di tutti. Poi si sono incrinate le cose, quello mi dispiace. Però penso che abbiamo fatto una cosa che non meritavamo, io e il mio staff. Non sei mai pronto all’esonero, era molto presto. É successo causa di questa squadra (il Genoa, ndr), che ha un debito con me, proprio perché mi ha fatto esonerare, scherzo ovviamente”.

L’hai vissuta come un’ingiustizia?
“Ci vai sopra perché pensi di essere apposto con la coscienza. Perché non ho mai abbassato di un centimetro il mio impegno a Trigoria, non ho mai tradito chi era lì dentro. Non ho mai usato il fatto che al di fuori avevo un potere grande a Roma e non l’ho mai usato per proteggere me e andare contro i giocatori o la società. Per me p importante, perché se mi fossi tradito da solo non sarei stato orgoglioso di quello che abbiamo fatto, anche se non abbiamo vinto nulla. La prendi male perché quando vieni esonerato smetti di vivere quella roba che ti piace. La cosa che ti manca è andare a salutare i giocatori, sapendo che con qualcuno non ci parlerai più, ma quando ho salutato i ragazzi della spal eravamo in una palestra più brutta di quella di trigoria, con dei giocatori meno bravi della Roma, con una società meno forte, ma il dolore era lo stess. I ragazzi piangevano tutti. Quello mi manca, quello ti dispiace, quel senso di incompiutezza. “Fammi fare, sistemiamo tutto e andremo alla grande”, quello ogni tanto torna fuori”.

Quando sei diventato allenatore del Genoa hai visto il calendario e notato quando saresti tornato a Roma?
“Sarà particolare, sono curioso. É particolare, quando per tutta la tua vita, da bambino, nelle giovanili, da giocatore, da allenatore era folle, hai sempre desiderato tutti i giorni che la Roma vincesse. Questa è la cosa che mi fa più ridere. Che io per una settimana, non per un giorno, dovrò lavorare per far perdere la Roma. Quando per tutta la mia vita il desiderio è che andasse tutto bene e che vincesse. Ancora adesso, se la guardo, non è come da ragazzino che urlo e salto sul divano, lo faccio da collega, ex giocatore, guardo cosa fa il tecnico, ma se vince sono contento. Quando vedo che perde mi arrabbio”.

C’è stato un momento in cui potevi tornare?
“No, hanno fatto una scelta talmente chiara. A Roma si parla sempre, il nome mio accostato alla Roma funziona sempre. Non credo sarebbe stato il passo giusto per me. Ci sarei tornato, perché credo nella squadra, credo nei giocatori”.

Su Spalletti.
“Spalletti è geniale. É uno di quegli allenatori che mi ha sempre dato una spiegazione a quello che mi faceva fare. Non che fosse sempre giusto, ma c’era sempre un motivo. Lo stesso Conte, ti spiega il perché. Poi vedevo che la soluzione che ti dava lui non era quella vincente, può succedere a tutti gli allenatori, ma, non c’era nulla di lasciato al caso. Era tutto in ottica di farti giocare meglio e far lavorare al meglio le 11 teste che andavano in campo. Lo Stesso Ranieri ci diceva che è meglio un’idea mediocre e condivisa rispetto a un’idea geniale che capiscono solo 3 persone. Io assorbivo tutte le riunioni, quelle di Spalletti le mangiavo con gli occhi. Intorno a me vedevo gente che sbadigliava”.

Perché?
“Perché mi piaceva, sono appassionato di calcio, soprattutto quel calcio visto da questa parte qua. Ho un padre che fa questo per lavoro, mi piace capire cosa succede intorno a me. Se adesso ci mettiamo a guardare Formula 1, voglio provare a capire come funziona”.

Qualcun altro che ti ha influenzato dal punto di vista calcistico?
“Io ho avuto Luis Enrique quando era molto giovane e quando gli ho detto di voler andare a vedere i suoi allenamenti, lui mi ha risposto che aveva cambiato tutto, rispetto a quando mi aveva allenato.Questo vuol dire che si evolve, e anche se mi piaceva moltissimo quello che calcisticamente ci aveva spiegato, perché in quel momento lui m’ha spiegato quello che andava di moda nel mondo, ovvero il Barcellona. Quella squadra che tante persone limitavano a vederne tre passaggi di fila, lui ci ha spiegato perché facevano quei passaggi e dove dovevi farli e in che momento dovevi andare dritto. Penso che quello che ha lasciato una grande influenza in me non sia stato solo quello. Penso che mi sia sempre legato alla persona, a quello che prometteva e poi manteneva. Quello che diceva in presentazione di se stesso. Alle spiegazioni che ti dava. O quando non te le dava. Non ero un bambino, ma per me è stato illuminante, avevo già 29/30 anni. Ha cambiato il modo di approcciarmi al calcio”.

Adesso chi guardi?
“Ho guardato tanto quando non allenavo. Ho visto Enzo Maresca al Chelsea, perché è un altro che ha qualcosa di geniale. Ho visto Iraola al Borunemouth, sia per il rapporto con Tiago Pinto, sia perché lui fa qualcosa di diverso da Enzo, ma mi affascina molto scoprire quello che conosco di meno, quello che poi può essere più facile da attuare. C’è sempre la curiosità. Non smetto di guardare SPalletti, Gasperini, Conte. Qui in Italia ci sono tanti allenatori bravi, penso che Italiano stia facendo meglio di tutti, per due anni di seguito. Mi incuriosisce molto. Fabregas non è più una sorpresa, ma sempre una bella scoperta, perché cambia di partita in partita e regala sempre qualche spunto che impegna. Se devi preparare una partita contro Fabregas, e non è ancora successo, sono che sarà una settimana faticosa. Chivu ha dato continuità a un lavoro svolto molto bene da Inzaghi, mettendo qualcosa di suo in una squadra forte nei singoli. Poi c’è la stima per Allegri, che fa un calcio diverso, ma c’è curiosità per qualcosa che magari calcisticamente non vuoi copiare, ma vorresti copiare i suoi risultati. Ho citato mille allenatori, ma se mi chiedi chi è l’idolo, risponderò sempre Guardiola, se mi chiedi il più forte di tutti non si scapa da lì”.

Sei mai andato da lui?
“Sì, ho un rapporto importante con lui, ci siamo sentiti in estate. Non è vedere gli allenamenti di Pep che ti cambia, ma fermarti a cena. Abbiamo fatto una cena, la foto è anche girata, c’era anche Roberto De Zerbi. Io gli parlavo, ma non gli stavo dietro. Cominciava a scrivere sui fogli. Sembrava Will Hunting. Questi allenatori così sono sempre in grandi squadre, quindi hanno la forza di crearsi la loro rosa, di comprare giocatori che gli piacciono. Ma se domani mandi Guardiola ad allenare una squadra più piccola, e non gli si desse tempo per modellarla, la prima partita magari chiederebbe di essere più verticali, perché anche per lui l’obiettivo è vincere. Perché ti permette di guadagnare tempo, non ti cacciano se vinci, ti salvi, ti rinnovano il contratto e hai un altro anno per programmare e inserire tutti quei fattori che ti piacciono e pensi ti possano portare alla vittoria in un’altra maniera. Non si può perdere quello che si è, non posso diventare un volta gabbana, che tradisce i giocatori. Ho la presunzione su come sono fatto, non sono una merda. Non tradirò mai un giocatore dicendo una cosa e facendone un’altra. Non prometto, non puoi dire a un giocatore che giocherà sempre o che se si allenerà bene giocherà domenica. L’ho imparato da Renzo Ulivieri al corso”.

Sull’esperienza a Genova
“Si è creata una sintonia che dobbiamo essere bravi a non rompere e a non far oscillare a seconda dei risultati, sperando che poi continuino ad essere positivi. Non penso che altre squadre abbiano la Cappella Sistina come centro sportivo. Tutta questa sensazione di essere dentro a un museo è un po’ il laitmotiv di tutto quello che sto vivendo a Genova, è tutto molto affascinante”.

Quando dai la formazione titolare?
“Il giorno prima della partita, prima dell’allenamento del sabato, perché in campo l’ultimo giorno voglio provare con quelli che giocheranno. A Roma avevamo una partita ogni tre giorni, quindi c’erano momenti in cui o c’erano giocatori ancora acciaccati dalla partita prima o semplicemente dei dubbi. Però lo dico e li provo entrambi.

Con i giocatori parli? Spieghi il perché non giocano?
“A volte glielo dico, ma è un’altra cosa di Renzo Ulivieri. Non date mai spiegazioni perché a volte sono contorte e ti vai a incastrare su una cosa molto semplice. Non giochi perché penso che quell’altro mi farà vincere la partita, Mi è capitato poco, una persona mi ha messo in panchina. Donadoni per far giocare Ambrosini, questa me la ricordo (ride, ndr). Finita 0-3, un suicidio. La spiegazione era voglio suicidarmi (ride, ndr). Ho avuto degli allenatori che mi hanno dato spiegazioni poco convincenti. Uno mi ha detto “oggi non giochi in Champions League perché domenica c’è l’Ascoli ed è più importante”. Non dirò chi è perché è un bravo allenatore e una brava persona. Gli volevo rispondere “ma guarda dove siamo, è la partita più importante del mese”. Però alla fine gli ho detto “siccome abbiamo un rapporto, non mi dire così, non mi dire nulla, preferisco, io capisco che tu hai fatto una scelta e va bene così. Mi conosci, sai che se dovessi entrare un minuto o 50 andrò comunque a 100 all’ora, non farò mai problemi nello spogliatoio, però se mi dici le bugie mi incavolo””.

Questa tendenza all’1vs1, al duello, ti piace? Perché a Roma non facevi così.
“Mi piace perché la odiavo da calciatore. Giocare contro squadre che ti venivano a prendere a uomo lo odiavo. Tutte le squadre più forti le andavo a prendere a uomo. Con il Barcellona era uomo su uomo, contro la Spagna con Conte era uomo su uomo. Le squadre forti le metti a disagio così, ma con tutte le squadre”.

Tu giochi con la Roma, il tuo sogno era quello di finire lì, no?
“Sì, ma ero anche curioso di vedere cosa c’era fuori”.

Quando ti viene comunicato che non ti avrebbero rinnovato il contratto, com’è stato per te? Per me è stata una botta
“Non ho odiato smettere quanto avrei odiato vedermi trascinare in campo. Quando me l’hanno comunicato l’avevo capito. Perché è una cosa che si tirava dietro da tempo. Giravi l’angolo e vedevi dirigenti che non volevano incrociarti”.

A differenza mia tu mi sembra l’abbia vissuto più serenamente.
“L’ho vissuto in maniera molto serena. Sai quando si parla di un lutto, quando una persona non piange, allora vuol dire che ancora non se n’è accorto. La botta arriverà dopo. Avevo paura di quello, di trovarmi spiazzato dopo. Ho chiesto di farmelo dire, perché mancavano 9 partite. Era l’elefante nella stanza, tutti ne parlavano, io dicevo non è un problema, però a un certo punto, c’erano due problemi. Uno, ero curioso. E due, pur non essendo stato mai amante degli addii, delle partite fra vecchie glorie, molto nostalgiche. Volevo salutare i miei tifosi, perché avevo capito che non mi avrebbero rinnovato il contratto. Quindi prima dell’ultima partita in casa sono andato da Guido Fienga a chiedergli se avessero intenzione di rinnovare, perché volevo fare una conferenza stampa, ringraziare e fare un giro di campo per ringraziare chi mi ha sostenuto per tutti questi anni. Lì me l’ha detto. Le alternative erano due: provare a convincerli, ma a livello di dignità avrei perso parecchio. Non sono uno che ce la fa a fare queste cose, e forse è anche il motivo per il quale non do la sensazione di non soffrire. Non voglio darti la gioia di farmi vedere stramazzato sotto la Sud perché voglio rimanere un altro anno. Bisogna uscire con eleganza. Io rappresento un bel pezzo della storia della Roma e del calcio italiano, un anno in più o meno che ti cambia?” La mia serenità era anche data dal fatto che ero preparato perché avevo visto la parte finale della carriera di Francesco. Lui quando ha smesso era distrutto, ci ho parlato mille volte, l’ho visto male. Io non volevo stare così. Non sto paragonando le carriere, ma la situazione: un giocatore tanto importante e amato da questa città che ha giocato solo lì e che rappresenta qualcosa per i tifosi. Io non voglio stare male quanto lui. Ma non è facile, non c’è un pulsante che accendi e spegni. Ho provato a prepararmi, ma smettere è stata una botta anche per me. Dopo due mesi è iniziato il covid. Smetti di giocare e smetti di uscire di casa, smetti di vedere persone. Per un attimo ho detto che succede? Se è così ricomincio. Io ho sempre parlato dell’almanacco. Roma, Roma, Roma, Roma. Poi mi chiama De Zerbi per andare al Sassuolo, stonava. C’era Vincenzo (Montella, ndr) per la Fiorentina. Non mi sembrava di finire col botto. Tu puoi capirmi, eri al Milan. Quella realtà lì accetta diversamente un tuo passaggio alla Fiorentina o con un’altra squadra di Serie A. Io contro la Roma non ci avrei mai voluto giocare e sapevo che i tifosi non l’avrebbero presa bene. Ad alcuni non è piaciuta neanche questa cosa del Boca”.

Visto che a entrambi piace viaggiare, mi fai una promessa? Se le cose dovessero andare bene, quest’anno andiamo a fare un viaggio insieme?
“Forse il Sud America, in Argentina non sono mai tornato, lo stavo per fare prima di venire ad allenare qui. Ma è meravigliosa e ho visto troppo poco rispetto a quello che avrei voluto, perché ho avuto troppo poco tempo libero. Altrimenti dall’altra parte, Thailandia, Vietnam”.

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