LA REPUBBLICA (P.TORRI) – C’era una volta l’Europa. Quella che era diventata il giardino di casa per una Roma capace di sistemare in bacheca una Conference League, di non bissare in Europa League solo per una direzione arbitrale oltre i confini dello scandaloso, di essere la squadra italiana più in alto nel ranking europeo, di fare percorsi comunque apprezzabili, di ridimensionare gli zoppicanti percorsi in campionato con notti di coppe e di campioni. Bene, anzi male, quell’Europa non c’è più. Volatilizzata in 120 minuti folli in un derby italiano che ancora una volta non ha sorriso ai giallorossi (finale di Uefa con l’Inter, eliminazione con la Fiorentina, unico sorriso con il Milan). Evaporata al termine di una sfida per cuori forti, con la Roma sempre costretta a inseguire, con l’ansia crescente del fallimento, con la consapevolezza di avere risorse limitate in panchina perché la qualità (Dybala e Soulé) di questa squadra si sta curando in infermeria, con la preoccupazione che pure in questa stagione il ritorno in Champions sarà il prossimo anno.
In un mese o poco più, da quella notte contro la Juventus con quel gol di Gatti nel secondo minuto di recupero, la Roma è riuscita a dilapidare quasi tutto quello di buono che era riuscita a costruire nei primi sei mesi dell’era gasperiniana.
Ora, ne siamo sicuri, da queste parti si apriranno i processi. Chi lo farà all’allenatore che nelle ultime partite è sembrato meno convincente soprattutto nelle letture delle partite, facendo alcuni cambi che non hanno dato frutti. Chi lo farà ai giocatori ormai etichettati come la banda del sesto posto. Chi al ds che a gennaio ha portato a Trigoria uno spagnolo che quando entra in campo sembra un ragazzo delle medie catapultato all’università. Chi a una proprietà che ancora non ha capito che il calcio è un’azienda diversa da qualsiasi altra. Il risultato, purtroppo, potrebbe essere quello di buttare tutto a mare, puntando a una nuova ripartenza con il rischio, tra 12 mesi, di ritrovarsi ancora una volta al punto di partenza.
Le società forti e capaci si vedono però soprattutto nei momenti di difficoltà. Si faccia chiarezza all’interno del club perché ce ne è un estremo bisogno. Si dia forza a questo allenatore perché il progetto era di tre anni e non siamo ancora alla fine del primo. Si affrontino le ultime nove partite di campionato con la dignità obbligatoria nei confronti di una tifoseria che merita solo applausi. Perché tutti, e diciamo tutti, si devono mettere in testa che la priorità è una: la Roma.
