Premessa: Gasperini è un grande allenatore. Gli anni al Genoa (portato in Europa) e i nove all’Atalanta trasformata da squadra che si doveva salvare a club che va in Champions (e vince pure un’Europa League), sono lì a testimoniarlo in maniera che solo un incompetente può mettere in discussione. E aggiungiamo pure che questo primo anno sulla panchina della nostra Roma, sta lì a ribadirlo, perché rendere quasi indolore la transizione dal gioco ranieriano al suo, è già stata una piccola impresa che ci auguriamo, a fine stagione, regalerà soddisfazioni negate da troppi anni (qualificazione alla Champions). Diciamo tutto questo per evitare equivoci e possibili brutti pensieri, da parte di chi avrà il piacere di leggerci, a proposito di quello che vogliamo dire e in qualche modo contestare al tecnico piemontese arrivato da Bergamo dove, peraltro, poteva vivere di rendita fino al momento in cui avesse deciso di andare in pensione per poi curare con maggiore quotidianità la sua azienda di vini.
É che qualche volta il Gasp facciamo fatica a capirlo e condividerlo. Il tecnico se ne fregherà, ed è giusto così, ma per un piacere del dibattito che ha accompagnato chi scrive sin dalla culla, ci preme in qualche misura sottolineare alcuni aspetti che non trovano riscontro nella realtà. Partendo dalla memoria che è una qualità che un po’ tutti dovremmo alimentare con maggiore intensità. In questo senso ci riferiamo alle premesse di questa sua prima stagione. Premesse che, parola di Claudio Ranieri, parlavano di un contratto triennale, un primo anno di conoscenza, di almeno un paio di sessioni di mercato complicate se non peggio, di una situazione economica che è quella che è come certificato nei giorni scorsi pure dall’ennesima multa (4,2 milioni di euro per non aver rispettato il seetlement agreement sottoscritto con l’Uefa, multa che va ad aggiungersi ai cinque milioni pagati nelle due precedenti stagioni). Eppure, nonostante tutto questo, la Roma tra il mercato estivo scorso e quello invernale che si è appena concluso, ha portato a Trigoria dodici giocatori nuovi. Non tutti sono stati un successo (su tutti Bailey), ma tra quelli acquistati Wesley ed El Aynaoui non ci sembrano male, Ghilardi e Ziolkowski hanno già raddoppiato il valore del loro cartellino, Malen si può considerare una garanzia, Vaz è un prospetto sul quale si può lavorare con fiducia, almeno così garantiscono gran parte degli addetti ai lavori.
Detto questo, la cosa che abbiamo meno compreso è quando il Gasp ci ha parlato di una Roma Under 23. Ecco su quest’ultima affermazione, magari fatta per mettere ancora più il sale sulla coda alla società in vista del prossimo mercato estivo, chi scrive non si sente per niente d’accordo. Basta guardare le date di nascita. C’è El Shaarawy nel ruolo di più anziano (1992), poi Dybala (’93), Gollini, Cristante ed Hermoso (’95), Mancini, Pellegrini e Tsimikas (’96), Angelino, Celik e Dovbyk (’97), Vazquez (’98), Ndicka, Malen e Svilar (’99), Koné, Zaragoza ed El Aynaoui (2001), Rensch, Wesley e Soulé (’03). Sono ventuno giocatori. Sono oltre i tre quarti della rosa che poi è completata da Ferguson e Pisilli (’04), Ziolkowski (’05), Venturino (’06), Vaz (’07).
Non ci sembra, insomma, che la Roma sia una squadra Under, al di là di qualsiasi valutazione si possa fare su ciascun giocatore. Forse il Gasp che, ripetiamo, è un grande allenatore, farebbe bene a ripensarci. Per il semplice fatto che non è così. Basterebbe avere un po’ di memoria per rendersene conto. Fermo restando che l’ambizione del Gasp ci piace. Così come la sua conclamata capacità di lavorare sui giocatori per portarli al top della loro carriera. Ci aspettiamo che lo faccia anche da queste parti. Magari puntando ad avere pure rapporti un po’ più sereni con la dirigenza. Ne trarrebbero giovamento tutti. In particolare la nostra Roma.
