Time Out – Oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente

Dan Friedkin fuori l'Hotel Cavalieri

Credit: Gino Mancini

Pubblicato il:   8 Aprile 2026

Ci risiamo. Puntuale come un treno giapponese, è tornato il tempo della rivoluzione. Perché la rivoluzione “oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”. Doverosa la citazione al genio di Giorgio Gaber (“Qualcuno era comunista” ma non ditelo al biondino born in the Usa, si corre il rischio che vi bombardi) per fotografare il momento che sta vivendo la nostra Roma. Difficile, ai confini della crisi, con una qualificazione Champions diventata assai più problematica di quello che era un paio di mesi fa. Conseguenza di settimane complesse, complice anche una serie di infortuni che non possono essere messi da parte quando si vuole analizzare l’attuale situazione giallorossa.

La cinquina incassata a San Siro ha fatto deflagrare i mugugni che già si sentivano da un po’ di tempo, diciamo da quel maledetto gol di Gatti nel recupero della sfida contro la Juventus. Da quel momento, è stato un calvario con la stazione finale (si spera) vissuta di fronte all’Inter capolista, debacle maturata nella ripresa, dopo un primo tempo più che dignitoso. E allora la società, anzi forse meglio dire la proprietà, ha pensato bene di far suggerire ai ventriloqui che non si fanno domande figuratevi se cercano risposte, che è arrivato il tempo della rivoluzione. A fine stagione via tutti, rinnovi contrattuali congelati in particolare quelli di Mancini e Cristante, non se ne può più di questo gruppo che oltre il quinto-sesto posto ha dimostrato di non riuscire ad andare. Come un film già visto. Quando? Gennaio dello scorso anno, Ranieri arrivato da poche settimane sulla panchina dopo lo tsunami Juric, sconfitta a Como e via ai suggerimenti sulla rivoluzione da fare. C’è stata quella rivoluzione annunciata con le fanfare avendo, peraltro, come obiettivo solo quello di non veder crollare il consenso? Ma de che. E’ vero, tra l’estate e il gennaio scorso a Trigoria sono arrivati dodici giocatori, ma la Roma di quest’anno ha visto Wesley al posto di Saelemekers, Malen a gennaio (può querelarci) per Shomurodov, El Aynaoui per Parades, qualche più che interessante giovane di prospettiva (Ghilardi, Vaz, Ziolkowski), poi una serie di prestiti che sono stati un flop. Di fatto lo scheletro della squadra è rimasto quello della passata stagione dove, peraltro, con il sor Claudio, nel girone di ritorno la Roma fu la più brava totalizzando quarantasei punti.

Ora pare che ci risiamo. Vedremo quello che succederà. Anche se la nostra impressione è che per una questione di numeri, fare la rivoluzione non sia per niente semplice. E quando parliamo di numeri intendiamo quelli del bilancio romanista, di un seetlement agreement da rispettare altrimenti sono guai, di un fair play finanziario che continua a essere una spada di Damocle sul capoccione della nostra Roma. Ma pur fregandosene di tutto questo pensando magari di fare come il Milan di qualche anno (squalificato per un anno dall’Europa), la questione è un’altra. Chi la fa la rivoluzione? Gasperini? Massara? Ranieri? Cioè i tre responsabili del settore tecnico che quando si incrociano fanno fatica a salutarsi?

Sarebbe allora il caso che la proprietà, rivoluzione o non rivoluzione, ordini chiarezza all’interno della società. Faccia delle scelte e indichi la strada che si vuole percorrere. Solo così, tra dodici mesi, non saremo di fronte a un nuovo annuncio di una rivoluzione. Con i soliti trombettieri a diffonderla al mondo, non pensando però al bene della Roma ma solo al loro ego senza capire che è già stato azzerato dalla natura.

Categorie:   Editoriali
Tags:   Time Out

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