A Bergamo l’ennesima presa di coscienza di un gruppo mediocre nei piedi e nella testa
Era fallo? Sì, era fallo. Il gol di Scalvini andava annullato, quello di Scamacca forse meno al netto di un’applicazione pedissequa del regolamento da parte del metonomasico Michael Fabbri. Non cambia la sostanza: la Roma, a Bergamo, perde ancora una volta per 1-0.
Ma all’indomani della settima sconfitta in campionato (su 18 partite) della Roma non deve e non può essere questo il centro di gravità permanente dell’analisi.
Il nuovo anno è iniziato da quattro giorni, ma l’andazzo è lo stesso del 2025. E del 2024. E del 2023. E del 2022. E di gran parte dei 99 anni di storia di questo amato club che porta il nome e i colori della Città Eterna.
La Roma è una squadra mediocre, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia ed è sempre in favore degli avversari.
Mediocre, sia chiaro, innanzitutto tecnicamente. Possiamo cullarci nell’idea che Manu Koné non possa non valere certe cifre, ma al New Balance Stadium se c’è stato un centrocampista dal valore di 70 milioni quello è stato Ederson.
Possiamo continuare a pensare che “la miglior difesa del campionato” (formula che pare destinata a diventare un ricordo visto l’andazzo) sia per merito di Ndicka, Mancini, Hermoso e compagnia cantante e non per l’imprecisione mostrata dagli attaccanti altrui in certe circostanze e dalle parate alogiche di Mile Svilar, unico vero fuoriclasse di questa squadra.
Invochiamo il rinnovo di Celik, di cui dalla Spagna qualche collega in periodo lisergico ha paventato addirittura la possibilità di un interessamento del Real Madrid. “Ma sai che tutto sommato Rensch…”, continuiamo così, facciamoci del male.
Certo, si può continuare a pensare che Dybala sia il giocatore di maggiore qualità di questa squadra, e forse c’è stato un tempo in cui è stato così. “Eh ma se sta bene”. Non sta bene, punto. Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare, chioserebbe Bobby Solo.
E questo è l’aspetto tecnico. Poi c’è quello caratteriale. L’X Factor che ti fa vincere le partite, anche quelle difficili, da bollino rosso, e non solo quelle rassicuranti come Una Poltrona per Due il 24 dicembre.
La Roma è mediocre nel suo gruppo storico. Nei suoi senatori, quelli per i quali si è litigato, discusso, ci si è divisi, esaltati, gioito e si è sofferto insieme a loro. Quei presunti incedibili, all’atto pratico invendibili, che a Trigoria hanno messo radici spontanee e profonde.
Cristante e Mancini (nulla di personale) sono i capitani coraggiosi di questo gruppo, ma ultimamente li si vede più in coppia a colloquio con gli arbitri che per giocate di valore in campo. Pellegrini è ormai il Santiago Nasar di Garcia Lorca nella Cronaca di una Morte Annunciata, con il 30 giugno 2026 che sta pian piano prendendo le sembianze dei gemelli Vicario. El Shaarawy non sembra aver più nulla da dare al calcio da un certo livello in poi. A questo gruppo, privato negli anni solo di Spinazzola trasmigrato a Napoli, è stata data la gestione dello spogliatoio e dei destini in campo della Roma e i risultati parlano più chiaro di qualsiasi altra analisi.
Sì, Tirana è per sempre e nessuno ce la e gliela toglierà mai. Budapest sarebbe potuto esserlo e non è stato causa Taylor. Ma la notte della capitale albanese è stato il punto più alto e la certificazione che questo gruppo, nella sua mentalità più radicata, è esattamente quello: la squadra più forte d’Europa dal sesto posto in giù.
Una consapevolezza alla quale Mourinho era arrivato da tempo, al punto da non averci nemmeno provato a cambiare le cose, forte di un sostegno popolare da referendum del 2 giugno del ’46 e di quella coppa vinta in finale contro il Feyenoord. Ma la mediocrità ha inghiottito anche la luce scintillante dei suoi 26 trofei, pur mettendoci del suo a far giocare la Roma peggio di quanto non potesse fare già di suo.
I suoi tre successori, De Rossi, Ranieri e Gasperini, ci hanno e ci stanno provando a modo loro a cambiare le cose, ottenendo qualche bel risultato ma alla fine ritrovandosi sempre in carcere senza passare dal via. E cioè a quel quintobarrasestoposto che è la dimensione naturale di un gruppo che sembra non aver più niente da dire. E, tragica conseguenza, rischia di non aver più niente da far dire nemmeno a chi lo guarda e commenta.
Ci sarebbero poi le responsabilità dei vari direttori che questa squadra hanno provato a costruirla senza particolari successi. Ma ci riserviamo il mese di gennaio per capire se e quanto le cose cambieranno.
