Charles De Gaulle, generale ed ex Presidente della Repubblica francese, nel suo memoriale scriveva: “Nulla rafforza l’autorità quanto il silenzio”. Un aforisma che oggi calza a pennello per raccontare ciò che sta accadendo a Trigoria. Gian Piero Gasperini sceglie una posizione forte, netta, inequivocabile: non parla. Resta in silenzio. E lo fa perché, a volte, il silenzio pesa più di mille parole.
Non è assenza di comunicazione. È l’esatto contrario. È un modo per dare valore ai pensieri, per non disperderli, per non trasformarli in dichiarazioni che rischiano di portarti fuori strada. Gasperini lo sa bene. E dimostra, ancora una volta, di essere non solo un allenatore di campo, ma anche un tecnico dotato di una leadership profonda, moderna, consapevole. Oggi, nel calcio, la comunicazione viaggia quasi di pari passo con la competenza tecnica. Un allenatore che non sa comunicare, semplicemente, non va lontano.
Comunicare non significa solo rispondere ai microfoni. Significa parlare con i giocatori, con lo staff, con la dirigenza. Significa scegliere quando parlare e quando no. A Roma, di maestri della comunicazione, ne sono passati tanti: Spalletti, Mourinho, Ranieri. E oggi Gasperini. Ognuno con il proprio stile, ma con un filo comune: l’autorevolezza.

Gasperini, per certi versi, ricorda Mourinho. Diretto, puntiglioso, mai banale. Va dritto al punto, senza orpelli. Trasmette autorità naturale, quella che in psicologia della comunicazione viene definita leadership carismatica: la stessa che viene studiata nei contesti politici più complessi. Con una carriera che parla da sola e una credibilità costruita sul campo, Gasp può permettersi una strategia comunicativa così rigida, quasi spartana. Ed è una strategia perfetta per una piazza esigente come Roma.
Ci gioca, ci lavora, ci guadagna. Trasforma il “nemico” in alleato. Usa la comunicazione come un jolly, mai lasciato al caso. Ogni dichiarazione è ponderata. Anche quelle post-partita, a caldo, sembrano spesso nascondere più livelli di lettura. A volte crea inferenze, altre volte colpisce diretto. Sempre con un obiettivo.
Lo si è visto anche nella gestione dei singoli. Ferguson, su tutti. Gasperini ha capito che con lui servivano parole forti, anche pubbliche, per far emergere carattere e personalità. Il risultato? L’irlandese ha iniziato a rispondere con prestazioni e gol. Perché Gasp non comunica in modo standardizzato: personalizza. Cambia registro a seconda dell’uomo che ha davanti. Sa quando attaccare e quando proteggere. Sa mettere in discussione il singolo, mai la squadra. Costruisce una bolla difensiva intorno al gruppo, analizzando i problemi senza mai creare fratture.
Per capire meglio quanto questo approccio sia efficace, basta osservare il suo opposto comunicativo. Un esempio attuale è quello di Paolo Vanoli. Tecnico preparato, idee di calcio interessanti, grande potenziale. Ma ancora acerbo sotto il profilo comunicativo. Vanoli in alcune uscite pubbliche ha utilizzato un linguaggio che rischia di creare distanza: ha parlato di paura invece che di coraggio, chiede scusa ai tifosi invece di rilanciare fiducia, utilizza spesso l’“io” dove servirebbe il “noi”. Frasi come “io facevo avanti e indietro” raccontano involontariamente una separazione tra allenatore e squadra. Non è cattiva comunicazione, è comunicazione ‘immatura’. L’esatto contrario di Gasperini, che anche nei momenti di critica non rompe mai il fronte comune. Non si pone mai sopra, ma dentro. Anche quando bacchetta.

La comunicazione gasperiniana va oltre il microfono. Basta guardarlo a bordocampo. Urla, gesticola, non si accontenta mai. Anche quello è linguaggio. Gesti, sguardi, smorfie. Dopo il gol di Dovbyk contro il Lecce – episodio emblematico – passa dall’esultanza a trentadue denti alla concentrazione assoluta in pochi secondi. Incoraggia l’ucraino, poi si riaccende. Perché il messaggio è chiaro: non si molla mai. E quando vede un attimo di disattenzione, anche sul 2-0, toglie la giacca, si agita, richiama. Dal silenzio all’urlo, dall’urlo al silenzio. Poi il confronto, a mente fredda, con chi di dovere. In questo caso, la presidenza. Chiamatela strategia, leadership, carattere. Chiamatela come volete. Ma una cosa è certa: Gian Piero Gasperini, anche sul piano comunicativo, non sta sbagliando una mossa. E in una piazza come Roma, spesso, questo vale quanto un gol.
