Ma chi pensa alla Roma?  

Photo Credit: Gino Mancini

Pubblicato il:   7 Gennaio 2026

Un uomo solo al comando. O, come forse direbbe lui stesso: attorno alla panchina, niente. Il titolo sceglietelo voi. La verità è che Gian Piero Gasperini si sente solo. E anche preso in giro. Non tanto da Massara, di cui comprende perfettamente le difficoltà, e al tempo stesso ha compreso i limiti. Ma da chi non gli parla con chiarezza, o non gli parla affatto. Da una proprietà distante, da un direttore sportivo timido, da un amico-dirigente lontano. Gasperini non è tipo da apprezzare il grigio, fuori dall’ambito dell’abbigliamento. Per lui una cosa è bianca o nera. Guai a dirgli “arriva questo”, oppure “per quest’altro ormai ci siamo”, o “tranquillo, questa è una società seria, piena di ambizioni” e poi farlo ritrovare come ieri sera a Lecce, quando è impazzito nell’apprendere che anche Rensch si era fermato per l’influenza: possibile che la Roma non obblighi i calciatori a vaccinarsi? Possibile non prevedere che due giocatori di peso sarebbero partiti a metà dicembre per la Coppa d’Africa? E possibile che dopo raffiche di promesse, perché gliene sono state fatte, la befana se ne sia andata ieri a cavallo della scopa senza lasciare nella calza uno straccio di rinforzo? Possibile che un club ammanettato dai vincoli dell’agreement con l’Uefa non riesca a muoversi sul mercato, non potendo investire, almeno sul piano della fantasia, della creatività e, a volte, neppure della concretezza? Ha senso continuare a disperdere energie dietro a giocatori dal nome importante, legati a società ancora più importanti, se poi non si arriva a dama?

Oggi Gasperini esternerà i suoi dubbi alla proprietà, che dovrebbe finalmente appalesarsi in una Trigoria come sempre desertificata di dirigenti apicali. L’allenatore per primo non si rammaricherà di essere di nuovo solo nella riunione già sbandierata come una sfida all’Ok Corral (cosa che lo inquieta non poco), ma sta di fatto che Massara è all’estero e Ranieri – ci scuserà l’ironia, ma è in questi momenti che il suo carisma servirebbe alla causa – forse impegnato nello smontare il presepe o le luci dell’albero. Di certo chiederà al vertice del club di capire. Da mesi invoca rinforzi per una squadra che, pure incompleta, sta tenendo in linea con il progetto che gli è stato proposto di sviluppare quest’estate. Per carità, lo fa con i suoi modi, i suoi tempi, le sue alzate di testa. Ma è Gasperini: se si voleva un soggetto tranquillo e accondiscendente bisognava andare a cercare un altro. Oggi tutti ricordano le liti del tecnico con Sartori, con D’Amico, con Percassi junior, con società che avrebbe voluto più vicine e presenti. A giugno se ne è scelta una che di certo non lo fa sentire protetto (non a caso prima di accettare l’incarico era pieno di dubbi), ma non ha intenzione di mollare, né tanto meno di modificare il suo carattere. Lo muove l’ambizione personale, è ovvio. Ha sessantasette anni, portati divinamente, sogna di riuscire a fare su una piazza terribilmente difficile quello che ha solo sfiorato a Bergamo, con una realtà che peraltro aveva costruito lui, pezzo su pezzo. Può sembrare egoista, ma in fondo quello che insegue la sua fame di successo coincide perfettamente con l’interesse della Roma. Se vince Gasperini, vince la Roma. Come succedeva con l’Atalanta.

Lui, bizze a parte, sta facendo il suo fino in fondo. Basta guardare come vive le partite in panchina, basta guardare come lo segue il gruppo, basta guardare la classifica, basta guardare come gioca la Roma. La squadra, incompleta per ammissione dello stesso Massara, è in piena corsa per la Champions League, fino a qualche settimana fa sembrava addirittura in grado di competere clamorosamente per qualcosa di ancora più grosso, ha sofferto qualche battuta d’arresto, un paio almeno del tutto evitabili, ma ha senza ombra di dubbio trovato velocemente un’identità, una personalità, una fisionomia precisa (solo i non vedenti o i prevenuti possono sostenere che non si vede la differenza, rispetto alla squadra di Ranieri, che peraltro fece un miracolo). Per di più, viene da una vittoria netta, ottenuta su un campo difficile, contro una squadra che aveva appena bloccato la Juve a Torino e che ieri si giocava la strada di casa. Eppure Gasp ha incartato la sfida anche a Di Francesco, con una formazione inventata, piena i assenti, con una difesa che in partenza poteva quasi sembrare uno scherzo suicida, con un attacco con Dybala sempre a mezzo servizio e comunque in grado di mandare in gol due centravanti fin qui non proprio simili a Pruzzo o Batistuta.

Molto di più Gasperini sente di non poter fare. Venerdì scorso, prima della trasferta in casa della sua Atalanta, gli era stato sussurrato che lunedì, al massimo martedì, cioè ieri, sarebbe stato raggiunto da Raspadori. Che non è Messi, ci si stanca anche a ripeterlo ogni volta, ma è certamente uno che a lui serve. Raspadori invece è volato in Arabia, dove domani giocherà per l’Atletico Madrid il derby col Real, semifinale della Supercoppa di Spagna. Massara, che fino a venerdì scorso era sicuro di averlo in pugno, ha appena detto che l’affare verrà definito a breve, “in un senso o nell’altro”. E Gasperini, come noi, crede di aver capito in quale senso questa malinconia telenovela si chiuderà, salvo colpi di scena. Raspadori, di cui in Spagna danno per certa la permanenza alla corte di Simeone, non è sicuro sia giusto per la sua carriera cambiare squadra ogni sei mesi, magari si fida poco anche della formula concordata con l’Atletico (prestito senza obbligo), con ogni probabilità è perplesso anche sul fronte economico, tra vecchie pendenze e l’eventualità di dover ridiscutere il contratto.

Quello che è certo è che Gasperini non lo avrà a disposizione nemmeno sabato contro il Sassuolo e che gli piacerebbe sapere quali concrete possibilità abbia la Roma di accontentare le sue richieste. Che sono due attaccanti e un difensore centrale, come ripete da mesi, garbatamente in pubblico, con più veemenza nelle stanze di Trigoria. Se non arriva Raspadori, come è sempre più probabile, e nemmeno Zirkzee, come è tutt’altro che impossibile, gli andrebbe bene anche qualche giovane da formare. Possibilmente non il brasiliano del Verona, Giovane, che è appunto giovane come indica pure il suo cognome, e ancora più acerbo, con un ruolo da definire (centravanti di movimento? Seconda punta? Esterno?) e sarebbe comunque l’ennesimo mancino a sommarsii ai tanti già in rosa. Ma la cosa che più vorrebbe il Gasp, visto che come nessuno ha già riconosciuto pubblicamente le difficoltà di questo mercato, è la chiarezza. C’è da andare avanti così fino a giugno? Lui è disposto a farlo, non ha la minima voglia di mollare. Riuscirà forse a far resuscitare Ferguson e Dovbyk, come ha fatto ieri. A far maturare ancora di più Baldanzi. A far tornare Dybala un atleta. A rigenerare del tutto El Sharaawy, come ha fatto con Hermoso. A far brillare ulteriormente il talento di Soulé. Magari spiegherà che, in queste condizioni, diventerà molto complicato difendere il quarto posto. Ma non si farà da parte.

Nel frattempo, però, basta promesse. E basta richieste di stare tranquillo. Non lo è già per indole, figurarsi se riesce ad esserlo in questo momento. Proprio per evitare di crearsi problemi, e di crearli alla Roma, ieri sera è stato muto. Non gli è piaciuto il modo in cui il suo silenzio è stato interpretato nell’immediatezza nei tanti salotti televisivi, e in parecchi dei commenti circolati oggi. Come non gli è piaciuto leggere che ha rifiutato Fullkrug: una scelta, che è vera, per la quale si sarebbe aspettato dei complimenti, non certo delle critiche. Si può mai rimpiangere un centravanti scartato da una squadra che lo ha rimpiazzato con Castellanos, pagato 30 milioni? Chi lo frequenta da vicino nega anche che Gasperini voglia la testa di Massara, che peraltro non lo convince per le tempistiche operative e la poca reattività: vorrebbe però un club più presente e con idee ben definite. Specie per quanto riguarda i progetti futuri. Spiegherà che non presentandosi davanti alle telecamere di Sky, ieri sera, più che lanciare messaggi ha voluto soprattutto non alzare ulteriori polveroni. Da mesi ha indicato quello che per lui servirebbe per rendere la Roma più forte, per garantirsi più risorse nella volata da affrontare con avversari terribili: Inter, Napoli, Milan, Juve, per tacere del Como. Tutti competitor che hanno potuto allestire squadre sulla carta più competitive, con meno vincoli sul mercato, e che magari in questi giorni si rafforzeranno ancora.

Il bello – o il brutto, fate voi – è che oggi Gasperini non troverà una proprietà troppo pronta ad accogliere le sue lamentele, né a prendere atto delle sue difficoltà. I Friedkin sono fatti così. Non amano gli showdown mediatici né tanto meno le scenate a cielo aperto, hanno un’idea dello stile, dei rapporti professionali e delle gerarchie tutta loro. Impazzirono di rabbia per la sfuriata di Mourinho contro gli arbitri di SivigliaRoma, nel garage dello stadio di Budapest. Hanno invitato più volte chi lavora per la Roma, senza far baccano ma con estrema fermezza, a evitare contrasti con le istituzioni. Pretendono che i propri dipendenti abbiano un profilo basso, il più possibile vicino alla loro natura di fantasmi: ci sono, ma non si vedono. Oggi, materializzandosi come Belfagor in carne e ossa, ascolteranno Gasperini ma gli faranno presente di non gradire certi atteggiamenti. Potrebbero tornare a garantirgli i rinforzi che gli promisero già in estate, magari mentendo anche stavolta, ma al tempo stesso irrigidirsi sulle alzate di testa dell’allenatore, che con ogni probabilità da Trigoria (dove non vengono quasi mai, ma hanno i loro topini, per dirla alla Spalletti) gli sono state riportate con un certo allarmismo.

Sarebbe folle che dopo poco più di cinque mesi, e quello che vediamo regolarmente in campo, un altro progetto finisse in frantumi, come i tanti già abortiti a torto o a ragione, alla faccia dei buoni propositi sbandierati da giugno a oggi: progetto triennale affidato a un tecnico vincente, rottura delle catene del fair-play Uefa, potenziamento progressivo, rilancio del club anche nelle strutture. È ancora più folle pensare che nessuno, Dan Friedkin in testa, si sia preoccupato per tempo di cosa significasse mettersi in casa un personaggio scomodo come Gasperini. Che nessuno abbia pensato a garantirgli un appoggio concreto, un ombrello, un parafulmini, un interlocutore stabile, capace di surrogare gli stessi compiti del DS che, a prescindere da difetti reali o presunti, ha già le sue gatte da pelare. Noi per primi abbiamo sperato che quest’elemento-chiave potesse incarnarsi finalmente in Claudio Ranieri, per esperienza, credibilità, spendibilità sulla piazza e nei confronti dei tifosi. Ma Ranieri, dopo un esordio incoraggiante, ha preso a vivere la sua nuova avventura romanista in modo sempre più defilato, forse anche perché non gli sono mai state attribuite competenze precise, con mansioni che esulino dal generico ruolo di “consulente senior” (che vuol dire, in concreto?) o comunque di ambasciatore di una presidenza ectoplasmatica.

Il bello – o il brutto, ripetiamo – è che dall’incontro di oggi può scaturire qualsiasi soluzione, conoscendo la mentalità, il carattere e gli umori dei protagonisti. Quelli che lo consumeranno materialmente, faccia a faccia, e quelli che rimarranno nell’ombra. Trigoria è da tempo terreno di rivalità intestine, in un intrico di gelosie e di interessi privati, che quasi mai collimano con il bene comune. Possiamo sperare, o illuderci, che dal confronto tra posizioni quasi necessariamente antitetiche, scaturisca qualcosa di positivo? Si può ipotizzare che le istanze e le utilità personali non prevalgano sulla logica, che imporrebbe di non sfasciare tutto ancora una volta? Qualcuno – Gasperini che chiede collaborazione e chiarezza, prima che i rinforzi che peraltro gli servirebbero come il pane; Friedkin che pretende ordine e contegno, nella convinzione di aver dotato la società di tutte le pedine giuste – si preoccuperà soprattutto del bene della Roma?

Categorie:   Editoriali
Tags:   Gasperini

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