Spesso, consultando le statistiche di FBref, mi soffermo sulla sezione “giocatori simili”. Per Matías Soulé, i nomi proposti appaiono quasi casuali: Wirtz, Yıldız, Grealish, Nico Williams, Xavi Simons, Rodrygo e Kluivert (quello da 12 gol e 6 assist, non quello visto alla Roma). Cosa c’entrano questi profili con il ragazzo nato a Mar del Plata? Apparentemente nulla, se non per metriche decimali sconosciute ai più. Eppure questo cortocircuito statistico sottolinea un aspetto endemico della società moderna: l’ossessione per il paragone e la necessità di applicare etichette. A tal proposito Willie Peyote, rapper torinese, scriveva:
“La gente mette etichette alle cose / Così è più facile metterle in ordine dopo / Mette etichette alle persone così sa cosa sono / Se ce l’hai scritto fuori dentro sembri meno vuoto”
All’arrivo nella Capitale, l’etichetta per Soulé era già pronta: un mancino argentino che lascia la Juventus per vestire il giallorosso. In una parola: una Joyita. Un’associazione quasi obbligata, date le premesse: in quella finestra di mercato, infatti, Dybala sembrava destinato ai saluti in direzione Arabia Saudita, salvo poi cambiare idea con un video-annuncio su Instagram. Quello che doveva essere un rapido passaggio di testimone si è trasformato in una convivenza tattica complessa.
Il dilemma del porcospino
I dubbi sono emersi immediatamente: possono giocare insieme? La tecnica suggerirebbe di sì, ma la realtà del campo è più spigolosa. Parafrasando Arthur Schopenhauer, potremmo parlare del “dilemma del porcospino”: l’immagine di due creature che cercano di scaldarsi contro il freddo invernale, dovendo trovare la distanza ideale per scambiarsi calore senza pungersi con i rispettivi aculei. Se il filosofo tedesco usava l’analogia per spiegare le relazioni umane e il vuoto interiore, applicata al rettangolo verde descrive perfettamente il rischio che i due argentini finiscano per pestarsi i piedi, occupando le medesime zolle di campo.
Eppure, nel corso della sua esperienza romana, Soulé è cresciuto costantemente. Ha assorbito gli insegnamenti di De Rossi, Juric e Ranieri, fino a trovare la sua definitiva consacrazione con Gasperini, caricandosi sulle spalle il peso dell’attacco. Ogni allenatore ha aggiunto un tassello a un puzzle che, osservato da lontano, restituisce la figura di un calciatore che sta diventando un altro rispetto al suo idolo e compagno di squadra.
IL PESO DELLA RESPONSABILITà
Nonostante il talento cristallino, le voci critiche non mancano. C’è chi sostiene che “sparisca nei big match”, eppure il tabellino dice altro: gol contro Lazio, Inter e Fiorentina — partita in cui segna e serve anche un assist, firmando entrambi i gol dell’unica rimonta stagionale della Roma — assist contro Atalanta, Milan, ancora Lazio e Como. Tutto questo in una squadra che fatica, da tempo, contro avversarie di pari livello o superiori, con o senza Soulé.
A 22 anni, Soulè si ritrova a gestire la manovra offensiva della Roma. Una responsabilità che non sembra pesargli. Capocannoniere stagionale con sei gol in tutte le competizioni, l’ex Juventus sta riscrivendo alcuni record: lo scorso ottobre è diventato il calciatore con più gol da fuori area in Serie A dal 2023/24 (quando vestiva la maglia del Frosinone, all’esordio nel massimo campionato italiano), grazie alle sue sei reti dalla distanza.
Lunedì scorso è arrivato il decimo gol in maglia giallorossa, che lo rende il terzo straniero a raggiungere la doppia cifra con la Roma prima dei 23 anni. Meglio di lui hanno fatto solo Erik Lamela (19 gol) e Cengiz Ünder (13). La speranza è che il suo percorso sia diverso, ma il dato resta: Soulé è ormai un punto fermo della Roma di Gasperini.
Numeri e prestazioni che, però, vengono spesso oscurati dai continui paragoni con l’altro argentino in rosa, Dybala, oggi lontano dalla forma e dalla brillantezza che lo avevano reso speciale a Palermo e alla Juventus. Paragoni che finiscono per essere svilenti per entrambi: mortifica il presente di una Joya in declino e imprigiona il futuro di un Soulé in ascesa in una “prigione dorata” che ne limita la percezione esterna.
L’augurio per questo 2026 è semplice: che Soulé trovi definitivamente la sua strada. Magari anche un soprannome tutto suo — tra gli amici è “Peluca”, parrucca, per i capelli lunghi di un tempo — ma soprattutto uno spazio libero dall’ombra di un paragone che rischia di soffocare un talento che Roma ha il dovere di proteggere. Perché, come scriveva Nietzsche, “diventa ciò che sei”: ed è forse questa la vera sfida che attende Matías Soulé alla Roma.
