Cecchini: «La Roma può tenere testa all’Inter. Gasperini lavora sulla testa dei giocatori»

Photo Credit: Calvar.it

Pubblicato il:   4 Ottobre 2026

Massimo Cecchini, firma de La Gazzetta dello Sport, è stato ospite in diretta di Matteo Cirulli e Gabriele Turchetti per fare il punto sull’attualità del calcio italiano e, soprattutto, sulla stagione della Roma. Nel corso del collegamento si è parlato del nuovo corso della Nazionale, dei giovani convocati da Roberto Mancini, della situazione della FIGC e del caso Malagò, ma anche di Cristiano Ronaldo e del rapporto tra calcio, etica e interessi economici.

Ampio spazio, naturalmente, alla squadra di Gian Piero Gasperini, capace di chiudere le prime cinque giornate a quota 13 punti. Cecchini ha analizzato il mercato, le ambizioni dei giallorossi, la concorrenza dell’Inter e il ruolo che avrà la gestione delle energie con il ritorno della Champions League. Infine, un passaggio sul lavoro di Gasperini sulla testa dei giocatori e in particolare sul rapporto con Paulo Dybala.

La Nazionale e il nuovo corso di Mancini

Quali giocatori ti hanno colpito maggiormente nelle prime partite del nuovo corso della Nazionale?

«È facile dire Kayode perché è stata veramente una rivelazione, se si pensa che un giocatore nel nostro campionato è stato snobbato e sta trovando spazio in Premier League, che è sempre il miglior campionato del mondo. Poi ci sono altri giocatori che, messi in determinate condizioni, possono avere un futuro importante.

Tra i volti più nuovi ci sono giocatori che si sono fatti sentire anche contro la Francia, mettendo in difficoltà l’avversario. E poi ci sono i due fratelli Esposito: ad averne di giocatori di questo talento, che possono certamente fare la differenza in determinati contesti.

Questo non significa che i nostri guai siano esauriti, però c’è un ricambio. Non si può pensare di giocare a pallone senza alcuni giocatori che fino a poco tempo fa sembrava fossero indispensabili. Si pensava che senza Locatelli, Tonali e Barella non si potesse giocare a calcio, invece forse si può fare lo stesso. Sono giocatori utilissimi, che saranno senz’altro comodi, ma bisogna andare piano con le investiture premature e anche con le bocciature dei giocatori più esperti».

Il “mercato” delle nazionalità

L’Italia sta cercando di muoversi in anticipo sui giocatori in possesso di più passaporti o con la possibilità di scegliere una Nazionale?

«Credo siano un po’ entrambe le cose. In questo calcio sempre più multietnico probabilmente sarà un fenomeno a cui ci abitueremo in fretta. Ammesso che non si compiano errori grossolani, come è stato fatto con Svilar, un portiere che non può parare né per la Serbia né per il Belgio per i noti motivi legati alle presenze.

I calciatori, soprattutto quando sono molto giovani, vengono consigliati e non sempre il consiglio è quello giusto. Per il resto il calcio è ormai sempre più multietnico. Penso a Klose, che ha fatto la fortuna della Germania pur essendo nato in Polonia: oggi lo associamo completamente alla Germania.

È una battaglia di retroguardia pensare che questo fenomeno non faccia parte del calcio moderno. C’è una fame di talento enorme e le federazioni cercano giocatori in grado di aumentare il proprio bacino.

Il tema si collega anche alla cittadinanza. Ci sono ragazze e ragazzi nati in Italia, che frequentano le scuole italiane e parlano italiano perfettamente, ma che devono aspettare i 18 anni per ottenere la cittadinanza. Sono temi divisivi e complicati, sui quali qualche volta il buonsenso dovrebbe vincere sulla burocrazia».

Caso Malagò: «Martedì non finirà»

Martedì sarà una giornata importante per la FIGC, con Giunta e Consiglio del CONI chiamati a discutere anche del caso Malagò. Come pensi che andrà a finire?

«Credo che, in qualsiasi modo andrà a finire, non finirà martedì. Ci saranno ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato, soprattutto se perderà Malagò. Se invece dovesse passare la linea del CONI e di Buonfiglio, non è escluso che questo possa significare una sorta di atto di sfiducia, un effetto domino.

Quello che si evince con grande chiarezza è che il governo non ami Malagò. Lo si era capito ai tempi dell’Olimpiade di Cortina, con la mancata proroga e i problemi con la candidatura. Adesso è stato trovato questo caso sul tesseramento. Fino a pochi mesi fa nessuno sapeva se potesse essere tesserato o meno.

È singolare che ci sia un attrito così evidente fra il governo, Giorgetti che tiene in mano la cassa dello Stato italiano, il ministro dello Sport e quello che era il capo dello sport italiano e adesso è semplicemente il capo del calcio. È una vicenda molto delicata.

E poi c’è il rischio dell’effetto domino sui commissariamenti delle federazioni. È una situazione veramente delicata».

«Se cerchiamo l’etica nel calcio, facciamo prima a smettere»

Hai parlato anche del rapporto tra calcio ed etica. Quanto conta davvero questo aspetto?

«Se cerchiamo nel calcio l’etica, facciamo prima a smettere. Non soltanto perché i nostri dirigenti, i nostri calciatori e i nostri allenatori non rispettano sempre certe regole, ma perché noi stessi, come tifosi, non ci interessiamo delle regole del calcio.

Pensiamo al Manchester City. Se un tifoso del Manchester City sa che la federazione inglese ha mosso 113 capi d’accusa per false comunicazioni in bilancio, ma nel frattempo la squadra ha vinto Premier League, Champions e altri titoli, pensate davvero che al tifoso interessi qualcosa? Probabilmente dirà: abbiamo vinto, gli altri hanno perso.

Ma il calcio nel suo complesso è un’altra cosa. È un fenomeno sociologico, economico e culturale. Se io dico che mi interessa solo se vince la mia squadra, va benissimo. Ma non posso definirmi un appassionato di calcio nella sua interezza.

Se io posso comprare cento giocatori e tu non ne puoi comprare nemmeno uno e retrocedi in Serie B, c’è qualcosa di falsato. Ma se va bene lo stesso perché io vinco, allora dobbiamo essere consapevoli di cosa stiamo dicendo».

Cristiano Ronaldo e la difficoltà di uscire di scena

Come stai vivendo la vicenda legata a Cristiano Ronaldo e all’eventuale addio alla Nazionale portoghese?

«Il modo è stato ovviamente spiacevole. Credo che Cristiano Ronaldo, a differenza di Messi, subisca una sorta di leggenda nera che lo accompagna.

Quando finirà di giocare avremo a che fare con un giocatore che ha segnato quasi mille gol. Abbiamo avuto grandi attaccanti che hanno segnato 200 gol, lui arriva a mille in tanti campionati diversi: Portogallo, Inghilterra, Spagna, Italia. Abbiamo davanti uno dei giocatori più forti della storia del calcio.

Credo però che abbia anche un ego ipertrofico che qualche volta lo porta ad atteggiamenti sopra le righe. Questa uscita prematura dalla Nazionale, se confermata, sarebbe sbagliata. Se è vero che i patti prevedevano che l’allenatore dovesse chiedere scusa in conferenza stampa, è una cosa che non si fa.

Le uscite di scena, i tramonti, sono sempre difficili, soprattutto in un mondo ipermediatico come quello del calcio».

Muhammad Ali e gli idoli dello sport

Nel corso dell’intervento hai citato anche Muhammad Ali, protagonista del tuo ultimo libro. Perché?

«Ci stavo riflettendo proprio in questi giorni perché è uscito il mio libro su Muhammad Ali. È stato il pugile più famoso della storia, l’unico sportivo inserito tra i cento uomini più importanti del XX secolo.

Nei tre anni e mezzo migliori della sua carriera, tra i 27 e i 30 anni, rinunciò a tutto per un principio: non andare a combattere in Vietnam. Tre anni e mezzo della sua carriera, del suo fisico e anche economicamente, li ha buttati via. Non sapeva che sarebbe tornato campione.

Mi dite uno sportivo che oggi rinuncerebbe a tre anni e mezzo d’oro della propria carriera per affermare un principio che non c’entra con lo sport? Non parliamo di un mese di stipendio. Durante il Covid abbiamo discusso tantissimo del fatto che i calciatori dovessero rinunciare a un mese di stipendio.

Ali ha rinunciato a tre anni e mezzo di carriera. Gli hanno tolto il passaporto, non poteva viaggiare. È stato uno degli sportivi più famosi della storia dello sport.

Perché gli idoli devono essere necessariamente altri? Perché noi sappiamo benissimo che non faremo mai come Muhammad Ali. Noi non rinunceremmo mai a un mese di stipendio».

«La Roma ha avuto un avvio straordinario»

Passando alla Roma: a luglio era una squadra ancora tutta da costruire. Come valuti questo avvio di stagione?

«È un avvio di stagione straordinario. Nessuno poteva immaginare tutto questo e nessuno poteva immaginare un mercato di questo genere.

Credo che questa estate abbia certificato la morte del Financial Fair Play per come lo avevamo conosciuto. La Roma ha ceduto negli anni giocatori non forti, ma fortissimi, molto più forti di altri calciatori che erano stati ceduti per esigenze finanziarie.

Quest’anno abbiamo visto che, davanti a una possibile sanzione, una società può anche scegliere di pagare. Arriverà una sanzione alta, magari di 10 o 14 milioni di euro. Ma se io vado in Champions e guadagno 50-60 milioni, mi conviene pagare? Forse sì. Magari posso vincere lo scudetto, aumentano gli sponsor e i ricavi e quindi pago la sanzione.

La Roma sta facendo fruttare questo lavoro in modo eccellente e con pieno merito, grazie a Gasperini».

Roma e Inter, chi può arrivare fino in fondo?

È possibile immaginare una Roma capace di tenere testa all’Inter per tutta la stagione? E il Como può inserirsi nella lotta?

«Il Como mi sembra più fragile e lo si è visto anche nelle ultime partite. Crea tante occasioni da gol, ma offre anche molto agli avversari. Lo sta facendo peraltro anche l’Inter.

Roma e Inter mi sembrano più forti del Como. La migliore Roma e la migliore Inter, però, voglio vederle. L’Inter credo abbia qualcosa in più e forse lo si è visto anche nello scontro diretto, quando la Roma ha perso campo e fiato.

Che cosa farà la differenza? Tutto il contesto esterno: la Champions, quante energie ruberà, quale turnazione farà Gasperini. Lui ha detto che dovrà avere il coraggio di fare turnover.

So benissimo che Dybala è più forte di Soulé, ma in certe partite, anche se Dybala sta bene, dovrò avere il coraggio di far giocare Soulé. Lo stesso vale per Mora e Dybala, con tutti i rischi del caso. Se Dybala giocasse tutte le partite, poi non potrebbe essere Dybala.

Questo vale per tutti i calciatori della rosa. È questo che farà la differenza: quanto conteranno le partite, quanto una gara di Champions sarà dentro o fuori, di vita o di morte, e quante energie verranno spese lì.

È anche il fascino di una stagione che ti impegna su tanti fronti. Alla fine, però, una stagione si analizza nei dettagli, ma dopo due, tre o quattro anni si dimentica tutto. Resta soltanto l’Albo d’oro».

Gasperini e il lavoro sulla testa dei giocatori

Di Gasperini celebriamo molto il lavoro sul campo, ma forse meno quello sulla testa dei giocatori. Quanto è importante questo aspetto?

«È un lavoro importantissimo. Gasperini sta facendo un lavoro fondamentale anche sulla testa dei giocatori.

Su Mancini, per esempio, abbiamo parlato della sua aggressività e della sua voglia di provocare, che secondo me sono un difetto eclatante e totalmente inutile, soprattutto in un contesto come quello del calcio italiano, che è già molto avvelenato.

Però magari i calciatori non sono profondi conoscitori dell’animo umano e nel corso della carriera possono aver avuto allenatori che hanno alimentato certi comportamenti.

Su Dybala è un altro discorso. Credo che non abbia mai dubitato delle proprie capacità. La paura è qualcosa di innato, così come la percezione del dolore: cambia da persona a persona.

Dybala, secondo me, non è tra i supereroi, mettiamola così. In carriera non ne ha avuto molto bisogno. È stato uno dei cinque calciatori più forti della Serie A, forse anche tra i più forti d’Europa, ma adesso Gasperini gli sta dicendo: “Non ti preoccupare, fidati di me. Se ti alleni in questo modo, non è detto che tu ti faccia male e puoi giocare tanto e bene”.

Se un allenatore riesce a cambiarti la testa in questo modo, è un lavoro fondamentale. Fa sicuramente parte delle sue qualità positive».

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