IL MESSAGGERO- In un debutto europeo tutto sommato più che sufficiente, c’è un termine utilizzato da Gasperini nella notte di Istanbul che ha colpito più degli altri: vulnerabilità. Sì, la Roma modello Superman, quella arrembante, devastante ed entusiasmante delle prime uscite stagionali, ha scoperto, in alcuni frangenti, di avere a che fare con la propria kriptonite. Proprio perché deriva sì dal valore degli avversari di turno ma il tecnico ha l’ha ricollegata perlopiù a dinamiche interne: «Facciamo più errori quando siamo schierati. Ci sono dei momenti della gara nei quali siamo più vulnerabili». Rimodellando a suo piacimento l’aforisma di Agatha Christie, l’allenatore ha parlato nel post-gara di «due indizi che fanno una prova», bypassando la possibilità che i gol presi in avvio di ripresa con Atalanta e Fenerbahce possano trattarsi di una mera coincidenza come voleva la scrittrice. Forse, trattandosi di calcio, è meglio così. Preferibile infatti intervenire subito, porre rimedio a quello che rischia, con il tempo, di trasformarsi in un limite, vanificando quanto di buono la squadra propone. Più che l’aspetto mentale, sul quale sarebbe più semplice intervenire, la sensazione è che il tecnico si riferisca a qualcosa nei meccanismi difensivi che va registrato. O ritrovato. Del resto la Roma attuale è diversa da quella della passata stagione: oggi è sempre più di matrice gasperiniana, gioca con un baricentro più alto, non disdegna nemmeno il possesso-palla sempre finalizzato alla verticalizzazione. In occasione del gol subito l’altra sera da Brown, Gasp non si è nascosto: «Siamo usciti male ma succede quando siamo bassi rispetto a quando giochiamo nella loro metà campo. Lo abbiamo poi ripetuto in altre occasioni».
ALTO RITMO C’è poi un altro aspetto che non passa inosservato. La Roma è una squadra brillante, di corsa, con tanta qualità nei piedi ma ha poca fisicità. Soprattutto in avanti. La palla alta, ad esempio, con la tipologia di attaccanti a disposizione, non è contemplata. È giovedì è bastato che il Fenerbahce giocasse con due linee molto strette, baricentro basso e raddoppiasse sistematicamente le marcature su Wesley e Malen, per trovare più difficoltà nell’andare a tiro. Uscito Koné, poi, la squadra ha sofferto anche in mezzo. In molti si sono chiesti il mancato utilizzo di de Roon ma in quel contesto probabilmente serviva più la gamba di Pisilli che, nonostante sia preferibile come mezzala, ha più dinamismo da offrire ad un centrocampo che rischia alla lunga di essere un po’ statica. Senza contare che Soulé nel ruolo di trequartista un po’ si perde ancora, con Mora che gioca un calcio simile a quello dell’argentino anche se poi, paradossalmente, le cose migliori finora le ha fatte vedere quando si allarga. Senza girarci troppo intorno: la sensazione è che manchi quel calciatore, oltre a Dybala, che sappia regalare lo strappo e la superiorità numerica, oltre a una corsa adeguata. Per intenderci, il Greenwood della situazione. Se questo, almeno per adesso, si è avvertito poco in serie A, in Champions – dove il livello sia qualitativo che atletico è più alto – risulta un po’ di più. Anche perché gli allenatori avversari stanno provando a trovare delle contromisure per limitare Malen. Non è un caso che nelle ultime due partite, con meno campo a disposizione, l’olandese abbia faticato ad andare al tiro. Particolari che un perfezionista come Gasperini avrà certamente annotato.
