Roma nella Roma non c’è più. Un po’ come la pancia di un’indimenticabile pubblicità quando i ragazzi andavano a letto dopo Carosello. Provo a ricapitolare. In pochi mesi, la società giallorossa ha messo alla porta Claudio Ranieri, non è riuscita a convincere Bruno Conti a continuare la sua storia romanista lunga cinquantatrè anni, stesso risultato con Alberto De Rossi un autentico pilastro delle giovanili per oltre trenta anni, non riesce a trovare il sì di Francesco Totti per tornare in quella che è stata casa sua.
Il risultato è che nella Roma non c’è più nessuno o quasi romano e romanista. Cioè nessuno che conosca dna, tradizione, storia del club, ma soprattutto che rappresenti la memoria di una società che si appresta a festeggiare i primi cento anni della sua storia.
Si dirà: sì va bene, ma con questa storia del romanismo cosa si è vinto in un secolo di calcio? Detto che per me, anche se mi rendo conto di non far parte della maggioranza della quale peraltro ho il massimo rispetto, l’importante è che la Roma ci sia prima ancora che vinca (facile fare i tifosi quando si vince), aggiungo che capisco benissimo l’obiezione, riconoscendone l’assoluta legittimità.
Sarà perché probabilmente ho un romanticismo calcistico che c’entra poco con il pallone che rotola di questi tempi, ma continuo a pensare che conservare la memoria sia un elemento fondamentale per costruire un futuro comunque romano e romanista e che nessuno mai mi convincerà non potrà essere lo stesso migliore.
E mi dispiace che questa Roma stia andando incontro alle celebrazioni dei suoi cento anni, senza che al suo interno continui a esserci un’anima che sappia nel dettaglio cosa voglia dire essere della Roma. Io non ci rinuncerei mai, anche se mi garantissero che con questa scelta le vittorie diventerebbero più frequenti rispetto al passato.
Rimane, almeno per quel si sa, che quest’assenza di Roma nella Roma, possa essere comunque cancellata dal possibile ritorno di Francesco Totti, il più grande calciatore della nostra storia, motivo per il quale io la maglia numero dieci la ritirerei per sempre perché, purtroppo, un altro come lui non ci sarà più, non tanto e non solo per le sue qualità calcistiche ma per tutto quello che ha rappresentato, partendo da quella fedeltà assoluta al club che lo ha portato a vestire soltanto un’altra maglia, quella azzurra della Nazionale.
Di questa possibilità, auspicata a più riprese, anche da Gasperini, se ne parla ormai da mesi, ma si continua a rimanere al punto di partenza, una sorta di vorrei ma non posso di cui francamente non riesco a capirne il motivo. So però che, tra le parti, ci sono stati diversi incontri, durante i quali ci sono state due offerte alle quali il Capitano ha cortesemente detto no. Sì, per una questione di soldi (l’ultima è stata di un milione netto per un anno), ma anche perché il Capitano, viste anche le parole del Gasp (per lui ho già in mente cosa fargli fare), vorrebbe un ruolo più operativo rispetto a quello di testimonial del Centenario (chi meglio di lui?) che gli è stato proposto. Le parti ne stanno discutendo (pare che in questo senso ci sia in corso anche un nuovo tentativo con Bruno Conti) e tutto può ancora succedere.
Io mi auguro che si arrivi a una fumata bianca. Perché la Roma, almeno per me, non può fare a meno di se stessa.
