Daniele Tinti: “Dall’Aquila in trasferta per vedere la Roma di Totti”

Pubblicato il:   12 Novembre 2025

Negli ultimi anni la febbre del podcast è aumentata a dismisura. Tra quelli più ascoltati c’è sicuramente Tintoria, podcast comico condotto da Valerio Rapine e Daniele Tinti. Proprio quest’ultimo è intervenuto ai microfoni di Maná Maná Sport Roma per parlare della sua fede giallorossa. Di seguito le sue parole.

Come va?

“Bene, molto contento di questa chiamata”.

Tu sei nato a Roma, ma sei cresciuto all’Aquila. In alcune interviste hai raccontato di aver conosciuto prima le radio romane che la città di Roma stessa. È vero?

“In un certo senso sì. Roma è sempre rimasta la mia città di riferimento perché i miei nonni e i parenti vivevano lì, quindi passavamo spesso i Natali a Roma. All’Aquila non venivo da una famiglia di tifosi, ma avevo amici romanisti sia a Roma che all’Aquila. Da adolescente prendevo una radio romana – dove tra l’altro lavoravano molti degli speaker che oggi sono a Radio Manà Manà – e mi ascoltavo tutte le partite. A casa non avevamo nemmeno il decoder, quindi mi “sfondavo” di radio: era il mio modo per seguire la Roma”.

La tua famiglia non era quindi di tifosi. Come nasce e si sviluppa, fuori Roma, la tua passione per la squadra giallorossa?

“Essere nato a Roma mi riportava sempre lì con la testa. E poi da bambino era facile: c’era Totti, e avere un idolo del genere ti aiuta molto, anche se a casa non si segue la Roma. Da adolescente facevo vere e proprie trasferte: mi mettevo in fila la notte davanti all’unico rivenditore di biglietti dell’Aquila, andavo a scuola col numeretto, poi tornavo, compravo il biglietto, prendevo il pullman, andavo allo stadio e la sera tornavo indietro. Era complicato, ma bellissimo. Da quando sono tornato a vivere a Roma, sedici anni fa, è tutto più semplice”.

Erano gli anni 2005-2008, giusto?

“Sì, proprio quelli. Già post-scudetto, ma era ancora il Totti “Prime”, post infortunio e post Mondiale, quando vinse la Scarpa d’Oro”.

Qual è il tuo primo ricordo da romanista?

“La prima volta che sono andato allo stadio fu l’anno dello scudetto. Un amico più grande mi portò a vedere Roma-Fiorentina 1-0, gol di Batistuta. Ricordo le lacrime. Poi mia madre mi accompagnò anche al Circo Massimo per la festa scudetto. Avevo dieci anni, ma mi sento di averlo vissuto davvero, anche se da “fuori Roma”.

Quando sei tornato a vivere nella capitale, com’è cambiato il tuo rapporto con la Roma?

“Mi sono abbonato subito: prima in Curvetta, poi, da quando ho iniziato a fare il comico e a viaggiare, non riuscivo più a seguirla sempre. Quest’anno, però, mi sono riabbonato: in campionato sto in Tevere Parterre, in coppa nei Distinti Sud con gli amici. Quando lavoro e non posso andare, passo il biglietto col cambio nominativo. Mi è capitato di seguire partite sul cellulare fino a pochi minuti prima di salire sul palco”.

Quindi esibirti mentre gioca la Roma ti aiuta anche a gestire la tensione?

“Sì, in un certo senso sì. Sposti l’ansia dal palco alla Roma. Anche se, certo, la Roma non è che ti rilassi molto… ma è un’ansia condivisa, la capisci, la vivi con gli amici. Quella del palco invece è più solitaria”.

Hai mai avuto un momento simile a quello famoso di Damiano dei Måneskin, che guardava la Roma dal telefono all’Eurovision?

“Sì, siamo praticamente colleghi! (ride) Magari l’anno prossimo faccio anche io l’Eurovision… sempre che non giochi la Roma”.

Parliamo di Tintoria, il podcast che conduci con Stefano Rapone, uno dei più seguiti in Italia. So che lo registrate di martedì. Una scelta non casuale, visto che la Roma gioca spesso di giovedì in Europa League.

“Esatto! Lo abbiamo scelto apposta. Quando iniziammo, Stefano non seguiva il calcio e io dissi “facciamolo di martedì o mercoledì”. Speravo che un giorno avremmo dovuto spostarlo per colpa della Champions, ma ancora niente. Però ti dico una cosa: il giovedì è perfetto per andare allo stadio. Sembra un prefestivo, ti fai la partita e poi il giorno dopo è già venerdì”.

A proposito di ironia: c’è il famoso detto “non si scherza sulla Roma”. Tu come vivi il rapporto tra comicità e romanismo?

“Secondo me per essere romanisti bisogna essere ironici, altrimenti non sopravvivi. Io non faccio battute sulla Roma nei miei spettacoli, ma quando i meme sono fatti bene mi fanno ridere. Alcuni di AS RomashickPosting, ad esempio, sono geniali”.

C’è un momento della Roma che ti ha fatto ridere, o che hai trasformato in comicità?

“Non comico in sé, ma mi viene in mente la sera di Roma-Barcellona, quella del 3-0. Ero allo stadio con tre amici, un altro non era venuto e aveva detto: “Se passiamo, ti do mille euro”. Quando lo speaker annunciò “La Roma è in semifinale di Champions”, ho pensato: “Ho appena vinto mille euro!”. Peccato che non me li abbia mai pagati, e lo dico pubblicamente: Giovanni, ti aspetto”.

Nel tuo podcast non hai ancora avuto calciatori come ospiti, giusto?

“Solo Claudio Marchisio, ai tempi di Tutti allenatori con Luca Ravenna. Simpaticissimo. Ci ha pure preso in giro sulle stelle delle squadre. Altri ex sportivi li abbiamo invitati, ma non tutti si prestano: non è facile reggere il ritmo di un podcast comico”.

A proposito, qualche mese fa Francesco Totti ha partecipato a Roast in Peace. Edoardo Ferrario rifiutò di “roastarlo”. Tu che avresti fatto?

“Probabilmente la stessa cosa. Non ce l’avrei fatta a scherzare su Totti. Quando l’ho visto dal vivo alla presentazione del programma, ho pensato solo: “Questo è un genio”. Avevo 35 anni e mi sentivo ancora un bambino davanti al Capitano”.

Hai avuto modo di parlargli?

“No, gli sono passato vicino, ma non ce l’ho fatta. Ha un’aura fortissima, quasi regale”.

E magari un giorno lo intervisterai davvero a Tintoria.

“Assolutamente. Francesco, se ci ascolti: quando vuoi, il podcast ti aspetta. Anche di giovedì!”

Hai però intervistato un altro capitano romano: Gigi Datome.

“Sì, una persona eccezionale. Racconta benissimo, pieno di storie, grande conoscitore di podcast e stand-up. È stato un ospite naturale”

Hai notato che negli anni gli ospiti si preparano sempre di più prima di venire da voi?

“Sì, ora conoscono il formato. All’inizio pensavano fosse un’intervista, ora sanno che è una chiacchierata. Il bello del podcast è proprio quello: tempi lunghi, libertà, pause”.

E il pubblico dal vivo? Vi condiziona?

“Un po’ sì, ma in positivo. È nato tutto per caso: dopo il Covid, abbiamo iniziato a registrare nel giardino di un locale a Trastevere, con pubblico presente. Ci siamo accorti che l’energia del pubblico aiuta molto anche l’ospite”.

Durante la puntata lo guardi il pubblico per capire come va?

“In realtà no. Io e Stefano siamo girati verso l’ospite, non verso il pubblico. Tocca all’ospite reggere gli sguardi, noi no!”.

Categorie:   On air
Tags:   Interviste

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