a cura di Peppe Lomonaco
Ed eccoci qui ancora un’altra volta. Ancora una volta la Roma si ritrova intrappolata nello stesso identico schema già visto troppe volte negli ultimi anni: due figure forti, due visioni contrapposte, un ambiente che si divide e una proprietà chiamata a scegliere.
È diventata quasi una costante dell’era Friedkin. E proprio qui sta il punto più scomodo: si può criticare una proprietà che ha investito così tanto? La risposta è sì perché non è una questione di quantità di soldi spesi ma di qualità di scelte prese.
I Friedkin hanno speso, e tanto. Probabilmente più di chi li ha preceduti nella lunga storia del club. Ma il calcio non è un bilancio di investimenti: è un sistema complesso in cui contano organizzazione, struttura e competenze. E sotto questo profilo, la Roma continua a mostrare fragilità evidenti.
Negli ultimi anni si sono susseguiti cicli che, a guardarli bene, sembrano copie dello stesso copione: dalla convivenza complicata tra José Mourinho e Tiago Pinto, allo scontro tra Souloukou e Daniele De Rossi, fino alla frattura, evidente, tra Claudio Ranieri e Gian Piero Gasperini. Cambiano i protagonisti, ma la trama resta identica.
Due poli che si contrappongono.
Una proprietà che deve decidere.
Un ambiente che si schiera.
E intanto, il tempo passa.
Il dibattito pubblico, come spesso accade, si trasforma in una sorta di reality: chi ha ragione? Da che parte stare? Qual è il “vincitore”? Una dinamica che finisce per coinvolgere anche i tifosi, loro sì, sempre in buona fede, trascinati in una logica di fazioni che poco ha a che fare con il bene della squadra.
Viene in mente una celebre immagine dei Promessi Sposi: i capponi di Renzo, che invece di ribellarsi a chi li tiene legati, si beccano tra di loro. È una metafora perfetta per descrivere ciò che accade intorno alla Roma. Ci si divide, si discute, si combatte — ma si perde di vista il vero nodo.
Perché il problema non è il duello.
Il problema è il sistema che lo genera.
Questa struttura ha sicuramente molte motivazioni per non funzionare, ma una in particolare appare evidente: nessuno ha davvero pieni poteri. Le figure chiave operano con porzioni di autonomia limitate e, per ogni decisione rilevante, devono comunque passare dall’approvazione della proprietà. Questo non solo allunga inevitabilmente i tempi — anche per questioni pratiche, tra impegni della proprietà, distanza e fuso orario — ma crea un cortocircuito decisionale.
Quando esistono visioni diverse, come nel caso di Claudio Ranieri e Gian Piero Gasperini, il sistema non è in grado di assorbirle e trasformarle in sintesi. Le amplifica. Perché alla fine qualcuno deve “convincere” i Friedkin. E allora il confronto diventa scontro, il dissenso diventa duello.
Questa dinamica di duello interno, in cerca di legittimazione da parte dei Friedkin, finisce anche per rafforzare la loro posizione. In una sorta di divide et impera, i diversi attori si contendono attenzione, approvazione, riconoscimento. Ognuno spinge perché la propria linea venga scelta, perché sia la proprietà a sancire chi ha ragione.
Questo meccanismo, però, produce un effetto preciso: consolida la leadership interna dei Friedkin, che diventano sempre più il centro decisionale e il punto di equilibrio finale. Ma allo stesso tempo alimenta un sistema di conflitto permanente. Un sistema che può rafforzare chi decide, ma che non costruisce.
Professionisti esperti, con idee forti e percorsi consolidati, finiscono così per entrare in competizione continua su ogni scelta, nel tentativo di ottenere l’approvazione finale. Non è più un lavoro di squadra, ma una prova di forza. Una ricerca costante di legittimazione.
E in questo contesto, i duellanti finiscono per somigliare a bambini che si contendono l’attenzione della madre. Ma la “madre”, in questo caso la proprietà, non aiuta creando un ambiente in cui il conflitto diventa lo strumento per affermarsi. Così facendo, si alimenta una tensione interna permanente che non fa il bene della Roma.
Le grandi società non funzionano così. Non vivono di scontri tra personalità, ma di strutture solide: ruoli chiari, gerarchie definite, responsabilità distribuite. Esiste un equilibrio che impedisce ai conflitti di diventare crisi e alle divergenze di trasformarsi in guerre interne.
Alla Roma, invece, sembra mancare proprio questo livello intermedio. E così ogni divergenza diventa uno scontro frontale, ogni differenza di vedute una questione da risolvere ai piani alti.
Il risultato è una continua instabilità.
E nel frattempo, il campo — che dovrebbe essere il centro di tutto — passa quasi in secondo piano. Eppure, proprio oggi, con il quarto posto tornato improvvisamente possibile, la Roma avrebbe bisogno di tutt’altro: concentrazione, unità, lucidità.
Serve una direzione chiara. Serve una struttura che protegga la squadra dalle turbolenze interne. Serve, soprattutto, interrompere questo ciclo.
Perché altrimenti, tra un anno, saremo di nuovo qui. Con altri nomi, altre tensioni, altre divisioni.
E lo stesso identico problema.
