E ora tutti a parlare di Nazionale. Come sempre. Come se fosse una liturgia. Per 364 giorni all’anno facciamo finta che vada tutto bene. Poi arriva la partita che conta e torniamo a sbattere contro la realtà. Stavolta ancora più forte. Ancora più rumorosa. Ancora più dolorosa: fuori dal Mondiale, di nuovo. Per la terza volta. E allora via con i processi. I soliti. Quasi rassicuranti, ormai. Mancano i giocatori. Gravina deve dimettersi. Il CT ha sbagliato tutto. I club non aiutano. Il sistema non funziona. Tutto vero. O forse tutto troppo facile. Perché quando un problema si ripete così tante volte, non è più un episodio. È struttura. E allora la domanda diventa un’altra: davvero in Italia non ci sono più talenti? La risposta è no. E basta guardare dove nessuno guarda.
Italia “vecchia” e giovani parcheggiati
L’Italia è un Paese anziano. Lo dicono i dati demografici, ma lo conferma anche il calcio. Da noi un 21enne è ancora considerato “giovane”. Altrove è già pronto – o quasi – per essere decisivo. In Spagna, in Germania, in Francia, i classe 2006-2007 giocano, sbagliano, crescono. Qui li proteggiamo. Li aspettiamo. Li rimandiamo. La paura del cambiamento non è solo culturale, è sistemica. Come direbbe Zygmunt Bauman, viviamo in una società che teme l’incertezza più di quanto desideri il progresso.
E nel calcio italiano questo si traduce in una parola: conservazione. Guardiamo la Nazionale: età media alta, zoccolo duro consolidato, fiducia reiterata su giocatori che, oggettivamente, stanno vivendo una fase discendente. Non è una colpa, è un ciclo naturale. Il problema è che non c’è il ricambio. O meglio: non c’è il coraggio di farlo. Perché i nomi ci sono. Eccome se ci sono. Ndour, Arena, Venturino, Ekhator, Inacio, Camarda. E potremmo continuare. Il punto è semplice: non li vediamo.
Il grande equivoco: “non abbiamo più talenti”
Nel giorno più buio della Nazionale maggiore, è successa una cosa quasi grottesca. Mentre l’Italia perdeva contro la Bosnia dicendo addio al Mondiale, le giovanili facevano l’esatto opposto.
- L’Under 21 ha vinto 4-0 in trasferta contro la Svezia.
- L’Under 19 e l’Under 17 si sono qualificate agli Europei.
- L’Under 17 ha anche strappato il pass per il Mondiale.
- L’Under 18 ha battuto l’Irlanda, confermando la presenza nel prossimo ciclo europeo.
Tutto nello stesso giorno. Ora fermiamoci un attimo. Se i risultati ci sono, i talenti ci sono. Non è un’opinione, è un fatto. E allora il problema non è la produzione. È la trasformazione. L’Italia forma giocatori. Ma non li porta a compimento. E qui iniziano i veri nodi.
Strutture inesistenti, fondi insufficienti
Il cuore del problema è molto meno romantico di quanto si pensi: i soldi. O meglio, la mancanza di investimenti seri nei settori giovanili. Tolte le solite big (che per blasone e risorse possono permettersi strutture avanzate) gran parte del sistema è fragile. Club di Serie A compresi. Sì, anche realtà importanti (andate a vedere in che condizioni gioca il settore giovanile del Napoli…).
Per non parlare della Serie B e della Serie C, che restano professionismo ma spesso lavorano in condizioni borderline. Campi non adeguati. Strutture condivise. Organizzazione limitata. E poi c’è un tema ancora più delicato: le persone. Allenatori, preparatori, formatori. Figure fondamentali per la crescita dei ragazzi. Spesso sottopagate. Costrette a fare ciò come un secondo lavoro e sacrifici per pura passione. Senza tempo, senza energie, senza continuità. E qui nasce un corto circuito devastante: come puoi formare al meglio un talento se chi deve formarlo non è messo nelle condizioni di farlo?
Tecnica? No, risultato
Poi c’è il campo. E qui il problema diventa culturale. Dalle Under 14 in su, in Italia si gioca già per vincere. Non per formare. Classifiche, pressioni, risultati. Tutto troppo presto. Si insegna a stare in campo, ma non a stare sul pallone. Meno uno contro uno. Meno fantasia. Meno rischio. E così perdiamo quello che altrove coltivano: l’errore come parte della crescita.
E poi c’è una verità che nessuno ama raccontare. In tanti settori giovanili, chi dovrebbe scoprire talenti è diventato – troppo spesso – un gestore. Gestore di equilibri. Di pressioni. Di “consigli”. Per non dire altro. Le raccomandazioni non sono una leggenda metropolitana. Sono una realtà diffusa, più o meno evidente. E quando la meritocrazia viene meno, il sistema smette di funzionare. Semplice.
E allora qual è il vero problema?
Non è la mancanza di talento. Non è nemmeno (solo) la Federazione. Non è un singolo allenatore o un ciclo finito. È un sistema che produce bene, ma sviluppa male. Che protegge troppo e rischia poco. Che preferisce il sicuro all’innovativo. Un sistema che ha paura.
La terza esclusione dal Mondiale non è un incidente. È una conseguenza. Finché continueremo a cercare colpevoli anziché soluzioni, continueremo a raccontarci le stesse storie. Finché diremo che “non ci sono più i talenti”, continueremo a ignorare quelli che abbiamo. I ragazzi ci sono. I risultati lo dimostrano. Ora serve il passo più difficile: fidarsi di loro. Perché il talento, da solo, non basta. Va accompagnato, sostenuto, lanciato. Altrimenti resta lì. A vincere con l’Under 17. Mentre la Nazionale maggiore guarda il Mondiale da casa.
