A cura di Andrea Leopardi
La frase più simbolica de Il Gattopardo è chiara: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. La Roma, negli ultimi anni, sembra aver fatto propria questa massima. Forse troppo. E probabilmente senza volerlo.
Gli investimenti – o meglio, l’impegno a investire, considerando un mercato condizionato dai paletti del fair play finanziario e costruito più su prestiti che su acquisti – dovrebbero raccontare una crescita. La realtà, però, è diversa. Ed è più dura.
L’eliminazione dall’Europa League contro il Bologna riporta a galla dubbi e riflessioni che, a Trigoria, sembrano ripetersi ciclicamente. Ogni anno appare uguale a sé stesso. L’Europa, che sembrava essere diventata il giardino di casa, è ormai un ricordo. Così come la solidità difensiva.
Questa Roma si è dimostrata fragile, incapace di reagire al gol di Gatti che, fino a quel momento, aveva semplicemente trasformato una vittoria in un pareggio.
Niente di nuovo. Gasperini si trova ad affrontare uno snodo già vissuto da Daniele De Rossi e José Mourinho: quel momento in cui il giocattolo si rompe.
Cambiano le modalità, ma il risultato è sempre lo stesso: si cercano colpevoli, si scavano cause profonde, si prova a trovare una soluzione in tempi strettissimi.
E, per praticità, a pagare è quasi sempre l’allenatore. È lui a svuotare l’armadietto e a salutare il Fulvio Bernardini.
Un copione già visto. Anche perché, spesso, allo stesso allenatore non vengono date le armi per imporre davvero le proprie idee. Così resta solo, in mezzo alla tempesta.
A Trigoria, negli ultimi anni, sono cambiati tanti volti tra direttori, allenatori, giocatori. Tutto è stato messo in discussione, più volte.
Eppure il risultato è sempre lo stesso. La Roma si ritrova ancora una volta al punto zero. L’ennesimo.
Ora spetta alla proprietà dare un segnale forte. Per evitare che, nel giro di pochi mesi, il conto venga presentato all’allenatore di turno, scelto appena nove mesi fa.
Per provare, almeno questa volta, a spezzare un ciclo che sembra già scritto.
E a non restare prigionieri di una frase che, più che una citazione, sta diventando una condanna.
